COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 7.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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43. Fulcanelli e il mistero alchemico.
44. Agatha Christie.
45. Il tempo “fuori tempo”.
46. I Dogon e gli antichi astronauti.
47. Gli zombi.
48. I corpi decapitati di Cleveland.
49. L'enigma dei gemelli identici.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 43.
FULCANELLI E IL MISTERO ALCHEMICO.

Nell'autunno del 1926 comparve a Parigi in tiratura limitata un libro dall'affascinante
titolo: Il mistero delle cattedrali, il cui autore compariva in copertina
col semplice nome di “Fulcanelli”. Era un'opera scritta da un uomo
che si dichiarava un alchimista e si rivolgeva a lettori potenziali seguaci. La
tesi portante era che le grandiose e stupende cattedrali gotiche non sono semplicemente
templi della religione cristiana, ma anche veri e propri “libri di
pietra”, le cui pagine nascondono il codice segreto dell'alchimia. Stando a
Fulcanelli, la parola “gotico” non deriva dalla tribù di barbari passata alla
storia come Goti, bensì dalla parola argot che significa “gergo”. Arti gotiche
deve intendersi come argotiques, dove argot è il linguaggio segreto usato da
coloro che non desiderano che altri capiscano ciò che dicono. Per la restante
parte, il libro consta di una elegante descrizione delle più belle e importanti
cattedrali gotiche, da Notre Dame ad Amiens, a Bourges.
La prefazione alla prima edizione era firmata da un certo
“Eugene Canseliet”, il quale dichiarava che l'autore, ora
scomparso, era stato il suo “maestro”.
«Essendo assurto ai vertici della più eccelsa conoscenza, come avrebbe
egli potuto rifiutarsi di obbedire ai comandi del Destino?». «Fulcanelli
non è più» dichiara Canseliet e prosegue per ringraziare l'artista Julien
Champagne «a cui il mio maestro ha affidato l'arduo compito di illustrare il
testo».
Sebbene stampato in sole trecento copie - oppure, forse proprio per questo
- la notorietà di questo libro continuò a diffondersi, così che nel 1957 ne venne
proposta una nuova edizione. Nella sua nuova prefazione Canseliet ammette
che “Fulcanelli” altro non è che lo pseudonimo sotto il quale il maestro
ha deciso di nascondersi per celare la sua vera identità. Quindi cita una lunga
lettera dello stesso Fulcanelli al suo maestro, congratulandosi con lui per
aver raggiunto il “dono di Dio” o quello che chiama la “Grande opera”, vale
a dire la mitica pietra filosofale degli alchimisti.
Nell'edizione inglese del testo, comparsa nel 1971, si contemplava una prefazione
aggiuntiva a firma di Walter Lang - pseudonimo di Edward Campbell
- che rivelava di aver conosciuto Canseliet, che gli aveva confessato di
aver incontrato Fulcanelli nel 1922, ossia dopo la sua “scomparsa” ufficiale.
L'incontro era avvenuto trent'anni prima, tuttavia stando alla testimonianza
di Canseliet, il suo venerabile maestro sembrava di trent'anni più giovane di
quando lo aveva visto per l'ultima volta. Nel 1924 Fulcanelli
avrebbe dovuto avere ottanta anni, ora ne dimostrava non più
di cinquanta. Ma la cosa più
straordinaria era che adesso Fulcanelli si rivelava in vesti e sembianze femminili.
Il racconto di Canseliet si snoda secondo questa traccia. Ricevuto un
messaggio dal maestro, aveva raggiunto un misterioso castello sperduto fra i
monti. Qui era stato accolto da Fulcanelli, in sembianze maschili, che gli aveva
assegnato un laboratorio alchemico in cui lavorare. Qualche giorno dopo,
sceso dalla stanza la mattina presto, era rimasto strabiliato da ciò che aveva
visto. Nel cortile del castello aveva avuto agio di osservare tre dame vestite
con abiti del XVI secolo. Nel momento in cui gli erano sfilate vicino, una di
esse si era voltata verso di lui: era Fulcanelli. Ma più oltre Canseliet ricorda
al lettore che uno dei simbolismi di base dell'arte alchemica è proprio l'androgino
o ermafrodita, simbolo sovente usato per indicare la “Grande Opera”,
il raggiungimento della pietra filosofale. Stava dunque Fulcanelli cercando
di fargli intendere che ormai lui aveva raggiunto lo scopo, la finalità
ultima della sua esistenza?
Quando il libro apparve in Inghilterra, la figura di Fulcanelli era già diventata
leggendaria, proprio come quella dell'altrettanto misterioso conte di
Saint-Germain (vedi il Capitolo 16). Alla straordinaria fama aveva contribuito
il ruolo assegnatogli da Louis Pauwels e Jacques Bergier nel loro libro Il
mattino dei maghi (1960), uno dei testi fondamentali cui si deve il revival di
occultismo degli anni Sessanta. Stando a ciò che raccontava Pauwels, l'amico
Bergier, studente di chimica, nel 1933 aveva espresso al suo insegnante il
desiderio di avvicinarsi all'alchimia, richiesta che era stata immediatamente
respinta. Bergier, irritato, aveva risposto che una forma di alchimia - quella
dell'energia nucleare - era ben possibile; ma il docente lo aveva stroncato negando.
Malgrado tutto, Bergier aveva continuato, con grande slancio, a occuparsi
dell'argomento. Dal 1934 al 1940 aveva lavorato con André
Helbronner, l'emerito fisico morto nel campo di concentramento
di Buchenwald. Fra
le conoscenze di Helbronner c'erano anche dei sedicenti alchimisti, fra cui
uno certamente genuino, che Bergier non avrebbe mai più dimenticato:
«L'uomo di cui stiamo parlando è sparito qualche tempo fa non lasciando
dietro di sé alcuna traccia visibile, per dedicarsi a un'esistenza clandestina,
avendo tagliato completamente tutti i ponti fra sé e il secolo in cui viveva».
L'ipotesi di Bergier è dunque che l'uomo in questione altri non sia colui il
quale, sotto lo pseudonimo di Fulcanelli, aveva donato al mondo «due libri
magistrali: Le dimore filosofali e Il mistero delle cattedrali...».
Pauwels prosegue raccontando come una mattina del 1937 Bergier ritenesse
di essersi trovato al cospetto di Fulcanelli in persona. Su richiesta del professor
Helbronner, Bergier aveva infatti incontrato l'alchimista nel laboratorio
della Direzione del gas a Parigi. Ciò che l'uomo misterioso doveva dirgli
era che le alacri ricerche di Helbronner sulla energia nucleare erano ormai
giunte a un passo dal successo e che «la ricerca in cui lei e i suoi colleghi siete
impegnati potrebbe essere foriera di danni inauditi... per l'intera razza
umana». La radioattività, aveva detto l'alchimista, poteva contaminare l'atmosfera
del pianeta e pochi grammi di metallo avrebbero potuto fornire energia
sufficiente per distruggere una città. «Gli alchimisti
conoscono queste cose da molto tempo». Aperto il libro di
Soddy dal titolo The Interpretation of
Radium gli aveva dunque letto a voce alta un paragrafo in cui si immaginava
che una precedente grande civiltà (Atlantide?) fosse stata distrutta proprio dal
cattivo uso dell'energia nucleare.
Ma la parte più interessante del colloquio sta nella risposta che l'alchimista
dà a Bergier in merito alla natura delle loro ricerche:
«Posso ancora dirle questo: dovete essere consapevoli che nella scienza d'oggi il ruolo
e la funzione del ricercatore e dello scienziato si sono fatti sempre più importanti... Il segreto
dell'alchimia è questo: esiste un modo di manipolare materia e energia capace di
produrre quello che in termini moderni definiamo un “campo di forze”. Questo campo ha
il potere di agire sull'osservatore e lo mette in una condizione privilegiata di contemplazione
diretta dell'universo. Da qui, da questa postazione privilegiata, egli ha la possibilità
di accedere a delle realtà normalmente precluse dal tempo e dallo spazio, dalla materia
e dall'energia. Ecco, questo è ciò che gli alchimisti definiscono la “Grande opera”».
«Che mi dice a proposito della pietra filosofale? La fabbricazione dell'oro?»
«Si tratta soltanto di applicazioni, di casi particolari. La cosa essenziale non consiste
nella trasformazione dei metalli, ma nello sperimentare se stessi. Si tratta di un segreto
antichissimo che soltanto pochi uomini hanno il privilegio di riscoprire una volta in un
secolo».
Jacques Sadoul, un altro alchimista moderno, ribadisce lo stesso concetto
nel suo libro Alchemist and Gold:
In concreto, la polvere di trasmutazione era soltanto un esperimento condotto alla fine
della “Grande opera”, per essere certi che la sostanza manipolata avesse le caratteristiche
della vera pietra filosofale... Il loro scopo, dopo aver trasformato un metallo, era quello di
cambiare se stessi assumendo una dose omeopatica della pietra almeno due volte l'anno.
Quando l'alchimista assume queste dosi perde tutti i capelli, gli cadono unghie e denti;
ma tutto ricresce immediatamente dopo, più forte e sano di prima. In altre parole, l'adepto
ringiovanisce, in quanto ormai non gli occorre più nulla e se mangia lo fa soltanto
per piacere.
Ovviamente, la gran parte dei lettori moderni si mostra scettica leggendo
queste cose, scetticismo che il solo libro completamente dedicato al misterioso
maestro di Canseliet, The Fulcanelli Phenomenon di Kenneth Raynor
Johnson (1980) non ha certamente contribuito a far scemare. Si racconta che
negli anni Trenta, uno studioso di occultismo, celato sotto lo pseudonimo di
Robert Ambelain, era rimasto così affascinato dalle due opere di Fulcanelli (il
secondo libro sulle dimore filosofali non fa che ampliare le idee contenute
nel primo) da cercare a tutti i costi di ripeterne l'opera. Richiesto all'editore,
Jean Schemit, l'autorizzazione a citare Fulcanelli, Ambelain aveva pubblicato
in proprio un lavoro dal titolo All'ombra delle cattedrali. Tra le altre cose,
Schemit gli rivelò che nei primi mesi del 1926 era andato a fargli visita uno
strano signore, che portava dei grandi mustacchi. Lo sconosciuto aveva iniziato
a parlargli dell'architettura gotica, dicendo che in realtà si trattava di
una sorta di codice (“argot”) conosciuto come il “linguaggio verde”. Poi gli
aveva detto che il gergo era una culla in cui si potevano trovare custoditi molti
modi di dire che, a ben guardare, nascondevano un profondo significato alchemico:
era il cosiddetto “linguaggio degli uccelli” , un modo di dire
per indicare un lessico da iniziati. Poi, così come era
venuto, se n'era andato. Qualche
settimana dopo, in quello stesso ufficio, Schemit aveva
ricevuto Canseliet, che gli aveva consegnato il manoscritto
sul mistero delle cattedrali. Leggendolo,
Schemit non aveva faticato a riconoscere il modo di esprimersi del
misterioso personaggio che aveva incontrato qualche tempo prima. Decise di
pubblicarlo. Subito dopo, Canseliet si era rifatto vivo, annunciando che gli
avrebbe fatto conoscere l'artista capace di illustrare l'opera, Jean-Julien
Champagne. Quando questi si era presentato, Schemit aveva riconosciuto in
lui il visitatore ignoto. Canseliet mostrava nei confronti dell'uomo «rispetto
e ammirazione a dir poco straordinari, e si rivolgeva a lui chiamandolo ora
“maestro” ora “il mio maestro”». Canseliet parlava di lui come maestro anche
in sua assenza. Schemit era dunque approdato alla convinzione che Ful-
canelli e Champagne erano la stessa persona.
Canseliet insisteva invece nel sostenere che l'amico Champagne era semplicemente
un disegnatore; ma venne sconfessato da lì a poco dall'uscita sulle
pagine di una rivista a larga diffusione di un articolo in cui veniva ampiamente
e in modo approfondito descritta una illustrazione strapiena di simbolismi
alchemici. Chi l'aveva realizzata era Champagne, ma, come compariva
a chiare lettere, anche il commento e la descrizione erano suoi. L'autore dell'articolo,
Jules Boucher, raccontò a Ambelain che Champagne non si separava
mai da una scatoletta di latta contenente quella che all'apparenza sembrava
resina di gomma. Ogni tanto ne prendeva un pizzico e la inalava
profondamente, spiegando a Boucher che quella polverina possedeva doti
straordinarie che gli consentivano di raggiungere «una conoscenza intuitiva e
profonda delle questioni di cui si interessava». Secondo Boucher, Champagne
era anche in grado di sdoppiarsi, di uscire dal corpo a volontà (si tratta di
quelle che oggi vengono chiamate OBE, Out of Body Experiences).
Champagne era morto nel 1932 nel pieno dei suoi sessantanni. La sua ultima
compagna raccontò ad Ambelain che lui e Canseliet condividevano delle
stanze al numero 59 di rue de Rochechouart - un grande attico
- e che Canseliet manifestava una grande reverenza per Champagne, chiamandolo maestro.
Ne derivava che, quasi certamente, Champagne era il maestro alchemico
e quindi il misterioso Fulcanelli.
Boucher - pure lui uno dei discepoli di Champagne - non aveva dubbi sulla
identificazione fra Champagne e Fulcanelli. I due erano la stessa persona.
Ricordava che quando Champagne era stato chiamato dall'editore a correggere
le prime bozze di stampa del libro sulle cattedrali si irritava grandemente
nel riscontrare anche il più piccolo degli errori. Basti pensare che prima di
concedere la licenza ad andare in stampa l'autore aveva voluto rivedere per
ben otto volte le bozze. Anche l'introduzione era di Champagne, che l'aveva
scritta pregando poi Canseliet di firmarla.
Come era prevedibile, Canseliet negava questo racconto. Diceva che l'editore
Schemit non aveva mai incontrato Champagne, insisteva nel difendere come
sua l'introduzione al prestigioso libro e non credeva che Boucher conoscesse
Champagne nel modo intimo da lui descritto. D'altro canto, tutto questo
ben si spiegherebbe se Fulcanelli fosse stata un'invenzione dei due, vale a
dire Canseliet e Champagne. Dopo essersi assunta la briga di plasmare e dare
vita a un mito moderno - in niente dissimile da quello del conte di Saint-Germain
- sarebbe stato davvero sciocco se si fossero arresi alle prime difficoltà
riconoscendo che tutto nasceva e si fondava su un imbroglio di partenza.
Gli argomenti che l'autore Kenneth Raynor Johnson adduce per dimostrare
l'identificazione Champagne-Fulcanelli sono poco convincenti. A suo dire
Champagne era un giocatore d'azzardo incallito e un alcolizzato. Per dare un
esempio del suo senso dell'umorismo, racconta della volta in cui a un ragazzo
che gli aveva chiesto quale doveva essere il primo passo sulla strada dell'iniziazione
alchemica, Champagne aveva detto di riempire la stanza in cui operava
di sacchi di carbone. Quando il povero ragazzo in giorni e giorni di durissimo
lavoro, su e giù per le scale con i sacchi sulla schiena lo aveva chiamato
per dirgli che l'operazione si era conclusa e che nella sua stanza restava
a mala pena lo stretto spazio per il lettuccio in cui dormire, Champagne gli
aveva riso in faccia, dicendogli che la ricerca della pietra filosofale era soltanto
una perdita di tempo e che era assai meglio lasciasse perdere ogni cosa. Un
senso dell'umorismo, se così lo possiamo definire, per lo meno puerile, per
non dire assurdo e crudele. Un atteggiamento, questo, come bene sottolinea
Jonhson, che stride con l'autore de Il mistero delle cattedrali, anche se, di converso,
viene la tentazione di domandarsi: ma perché no? Vivere
completamente dediti all'occultismo sembra richiedere un
temperamento davvero speciale,
cosa che possiamo vedere in tanti e tanti casi, da Paracelso a Cornelio
Agrippa, da Macgregor Mathers ad Aleister Crowley, in cui all'indole di colui
che è determinato nella “ricerca della verità” si combina sovente il gusto delloscherzo ironico, della presa in giro. Resoconti di testimoni contemporanei
narrano che il “grande adepto” Saint-Germain in apparenza era un personaggio
vacuo, vanitoso, verboso e vanaglorioso, un modo di essere che fra gli
“iniziati” sembra risultare più una regola che non un'eccezione.
Tutto questo vuole forse dire che l'alchimia deve intendersi come un mero
frutto della immaginazione o come una perdita di tempo? Il buon senso indurrebbe
a rispondere sì; ma sappiamo quante volte questo pur utile metro di
giudizio ci conduca sulla strada sbagliata: basta pensare alla Terra piatta invece
che tonda o alla solidità della materia che in realtà è tutt'altra cosa. Nei
suoi interessanti studi sull'alchimia, Jung arrivò a concludere - in ciò perfettamente
concorde con il misterioso alchimista di Bergier - che lo scopo finale
dell'arte alchemica era quello di trasformare l'operatore: in altre parole, al
pari dello yoga o del misticismo, l'alchimia è una disciplina spirituale. Una
delle grandi differenze fra Jung e Freud sta anche nel fatto che mentre Freud
divide il mondo in persone normali e malate, Jung preferisce occuparsi delle
persone “supemormali”, vale a dire santi e uomini di genio. Jung intendeva
trovare una connessione fra la “psicologia del profondo” e la gente superdotata
ed era convinto che questo legame potesse scaturire dallo studio alchemico,
che nella sua concezione veniva inteso, così come già altri prima di lui
avevano fatto, come una “religione misterica”. Ma, dopo essersi dedicato per
molti anni allo studio appassionato di un grande numero di indecifrabili testi
alchemici cercando di interpretarne l'incredibile ridda di simbologie, Jung
non potè far altro che approdare, con sua grande delusione, alla convinzione
che in realtà l'alchimista non fa che “proiettare” le sue ossessioni di base negli
esperimenti, allo stesso modo in cui ciascuno di noi scorge nella sagoma
di una nuvola un'immagine diversa. In questo modo l'alchimia si presenta
come una specie di specchio dentro il quale l'operatore si osserva, scrutando
le profondità più segrete del suo io. Per farla breve, tutto ha da ricondursi a
una sorta di inconsapevole inganno.
Tuttavia, nella sua successiva opera sulla sincronicità (vedi il Capitolo 54)
Jung torna sulla questione e puntualizza nuove osservazioni. Col termine sincronicità
il grande psicologo intende delle “coincidenze significative”, come
quando per esempio sentito un nome per la prima volta, capita di risentirlo
per altre quattro o cinque nel breve giro di una sola giornata, quasi come se
il “fato” volesse farcelo imparare per bene. Jung trovò difficile spiegare questo
fenomeno in termini scientifici, tanto da dover scomodare il concetto di
“principio di connessione acasuale” e addirittura quello di “indeterminatezza”
di Heisenberg. Alcuni critici, fra cui anche Arthur Koestler, sostengono
che con questa operazione Jung ha inutilmente tentato di “vestire” con i panni
del rigore scientifico delle idee appartenenti al mondo occulto.
È solitamente accettato che le basi iniziali della ricerca occultistica trovano
il loro fondamento nella sintetica frase attribuita a Ermete Trismegisto (da cui
il nome di “arti ermetiche”) che suona: «Come in alto così in basso», concetto
significante che tutto ciò che avviene nel macro universo si rispecchia e
trova corrispondenza in quello infinitamente più piccolo
dell'universo umano (microcosmo).
Jacques Sadoul inizia il suo libro Alchemist and Gold citando
la traduzione attribuita a Fulcanelli della cosiddetta Tavola Smeraldina
di Ermete, in cui si dice: «Come in basso, così in alto; come in alto così in
basso. Con questa sola consapevolezza si possono ottenere miracoli».
Quella che possiamo definire l'interpretazione junghiana di questo aforisma
è la seguente. Risulta più che evidente come tutti gli eventi esterni siano in
grado di influenzare la condizione della nostra mente (o anima). Eppure, uno
dei primi fondamenti occultistici sostiene che è l'anima dell'uomo a esercitare
potere e modificazione sugli eventi esterni, attraverso un processo non dissimile
dall'induzione di una spira magnetica, funzionante secondo questo
stesso principio. Quando una corrente elettrica transita attraverso un conduttore
a spira, tutto attorno si viene a creare un “campo”. A questo punto se un
secondo analogo conduttore spiraliforme viene avvolto attorno al primo, nel
secondo viene a configurarsi una corrente maggiore. Facciamo un esempio.
Un conduttore in uso in America è percorso da una corrente a 120 volt, in Inghilterra
il voltaggio standard è superiore. Succede così che, se volessimo
usare in Inghilterra un rasoio elettrico fabbricato in America, saremmo costretti
a munirci di un piccolo trasformatore capace di “innalzare” la nostra
corrente da 120 a 240 volt e, viceversa, ricondurla poi da 240 a 120. Le vibrazioni
elettriche di una spira si trasmettono l'una all'altra, inducendo ora
una corrente più forte, ora una più debole.
A questo punto, possiamo interpretare il motto «Come in alto così in basso»:
in presenza di determinate circostanze, l'anima dell'uomo è in grado di
indurre delle sue proprie “vibrazioni” sul mondo materiale: Il risultato di
questo processo è quello che chiamiamo coincidenza o, per dirla con Jung, un
fenomeno di sincronicità.
Vero è che il procedimento di trasformazione può anche essere usato nel
verso opposto, ossia per arrestare a un livello inferiore lo scorrere della corrente
vitale. Di fatto, questa è purtroppo la situazione tipica degli esseri umani:
usano il loro trasformatore mentale nel modo sbagliato. Il più delle volte,
infatti, scoraggiamento e pessimismo inducono a una “induzione negativa”.
Chi non conosce quella singolare sensazione che ci fa dire «È uno di quei
giorni», intendendo con questo significare che sin dal primo mattino le cose
si sono messe storte. Eppure siamo tutti consapevoli nel riconoscere istintivamente
che tutto questo deriva soltanto dalle nostre attitudini negative, le
quali, per loro stessa natura, sono potenti calamite di sfortuna.
L'atteggiamento contrario è quello secondo cui le cose sono comunque destinate
a mettersi nel verso giusto e che, chissà come, l'ottimismo prodotto da
questa intuizione positiva, avendo il potere di prevalere, indurrà un senso di
“serendipità”. In questi momenti magici riusciamo anche a vedere più a fondo
nelle cose, rendendoci conto che se mai fossimo capaci di generare questo diffuso
senso di ottimismo e piacere, in modo continuativo, saremmo in grado
sempre di far funzionare meglio la nostra vita e ogni nostra attività. È il concetto
della moneta dalle due facce: il pessimista che si attende il peggio non fa
che attrarre altra sfortuna. Purtroppo l'idea che la nostra mente volitiva abbia
presa e potere sulla buona sorte è cosa difficile da accettare e si tende a respingerla,
sottintendendo l'idea che “tentare” il fato non è cosa conveniente...
Tutti questi concetti, a nostro parere, sono implicati e connessi nella teoria
junghiana della sincronicità e nel motto ermetico «Come in alto così in basso».
Ma se questi sono i fondamenti sui quali si basa anche l'alchimia, ne
consegue che sarebbe ovviamente errato pensarla come una forma deviata
della chimica, intendendola come l'arte della trasmutazione del vile metallo
in oro. Sotto questo aspetto Sadoul ha ragione quando afferma che la trasmutazione
è soltanto il simbolo di qualcosa d'altro. Ma, di nuovo, se la trasmutazione
alchemica è semplicemente un modo diverso per indicare l'introspezione
mistica, un sinonimo del satori o dell'illuminazione, perché perdere del
tempo attorno a storte e crogioli?
Ciò che sembra emergere è il concetto che l'attività alchemica sia un metodo,
come lo yoga o le discipline dello Zen. Se è vero che gli antichi alchimisti
poterono illudersi di trasformare concretamente in oro il vile metallo, è
pur anche vero che quelli moderni sono progrediti nelle conoscenze e oggi riconoscono
che l'alchimia altro non è che il simbolo che rappresenta il procedere
di un'anima nella corrente della vita. L'atto tradizionale alchemico inizia
con la manipolazione della cosiddetta materia prima (per alcuni il sale,
per altri il mercurio, per altri ancora l'acqua), da miscelarsi con il “fuoco segreto”
e riscaldare nel vaso sigillato. Questa miscela diventerà dapprima nera
(la cosiddetta “nigredo”) e poi bianca (la cosiddetta “albedo”). Poi si miscela
col “mercurio” (che non è detto sia quello del chimico) e quindi si dissolve
nell'acido; a seguito di un processo detto del “leone verde”
il tutto volge al rosso, alla mitica pietra filosofale. Per
gli esseri umani, la materia prima
è l'esperienza del mondo di ogni giorno. Piacevoli sorprese, gradevoli
sensazioni fisiche, lampi di consapevolezza possono trasmutare le nostre
esperienze quotidiane in ciò che J. B. Priestley chiama “godimento”, quel singolare
sentimento che ci induce a pensare che “tutto funziona”. Ogni volta
che viviamo un momento di questo genere viene spontaneo confrontarci con
un pensiero che, per quanto assurdo possa sembrare, suona così: dopo tutto,
l'esperienza positiva che ha innescato questa gradevole sensazione non è necessaria
né automatica e la possiamo agguantare solo e soltanto se lo vogliamo,
esercitando un atto di volontà.
L'intero processo della ricerca alchemica può dunque essere visto come
qualcosa di parallelo a questo tipo di esperienza, Canseliet sottolinea come
Fulcanelli non si decise mai a tentare la “Grande opera” fino a che non fu pienamente
convinto e consapevole che la poteva concretizzare. E questo sembra
essere proprio il primo gradino di quel processo che abbiamo appena finito
di ricordare: la creazione di una condizione di ottimismo, un pragmatico
stato di “intenzionalità”, di volontà positiva. La corrispondenza nei testi alchemici
classici sta in quello che gli autori chiamano la predisposizione dell'operatore
a “sostenere” il processo che si verifica a livello chimico con uno
analogo a livello psicologico. Solo quando viene raggiunto il giusto stato della
mente, quella che abbiamo definito la “induzione positiva”, potrà innescarsi
e raggiungersi la trasformazione. L'atto finale non è pertanto l'ottenimento
della pietra filosofale, bensì la condizione psicologica che l'adepto deve
raggiungere per poterla ottenere, se solo volesse. Scopo primo del processo
alchemico è rendere consapevole chi opera di essere in grado di governare
a piacere i propri stati mentali. L'uso di tanti simbolismi a chiaro sfondo
sessuale potrebbe proprio voler sottolineare questo, ossia che coloro che si
amano possono raggiungere questa condizione mentale anche attraverso la
via, altrettanto profonda, della sessualità più autentica e misteriosa.
Considerato tutto questo, diventa pressoché superfluo sapere se Fulcanelli è
esistito davvero o se era Jean-Julien Champagne o più semplicemente il frutto
della fantasia di Canseliet. Sono gli stessi adepti a riconoscere questo principio,
quando non si chiamano mai per nome, ma si nascondono nell'anonimato.
In tutti i grandi testi classici alchemici sembra di intuire che la trasmutazione
fisica sia cosa possibile, ma anche questo concetto è da intendersi come
un sottoprodotto di scarsa importanza. Secondo Sadoul è per questo che
non c'è stato mai alcun vero alchimista che si sia dilettato nel trasformare
grandi quantità di vile metallo in oro prezioso.
Nella rivista «Books and Bookmen» di Timothy Leary in Flashbacks (novembre
1983) John Walsh sottolinea: «Leary afferma che un'accresciuta consapevolezza
è in grado di condurre a un sistema di imprinting completamente
nuovo, più ampio e libero, tramite il quale il cervello dell'uomo riesce, in
un solo attimo intuitivo, a costruirsi un'immagine del mondo in cui vive da
usare come paradigma, da qui traendo energia e sostegno». Questa stessa cosa,
in sintesi, potrebbe essere lo scopo primario della disciplina alchemica e
dei suoi adepti.
 
CAPITOLO 44.
AGATA CHRISTIE.

La misteriosa scomparsa della scrittrice.
Nel 1926 Agatha Christie fu la protagonista di un episodio misterioso che
potrebbe benissimo trovar posto in uno dei suoi tanti romanzi gialli. Ma, al
contrario dei casi narrati e brillantemente risolti dall'arguzia e dalla genialità
di Hercule Poirot, questa volta la soluzione finale non è mai stata convincente.
All'età di 36 anni Agata Christie aveva raggiunto una posizione invidiabile.
Di bell'aspetto, con i folti capelli rossi appena striati di qualche venatura grigia,
viveva col marito, il colonnello Archibald Christie, in una bellissima casa
di campagna che lei stessa descrisse come «una specie di fantastica suite
per milionari del Savoy trasferita per incanto in aperta campagna».
All'epoca aveva già pubblicato un buon numero di romanzi gialli. Attorno
all'ultimo, intitolato L'assassinio di Roger Ackroyd era nata una forte controversia
per via di un finale definito “infelice” dalla critica. L'autrice non era
ancora famosa e solo alcuni dei suoi lavori erano stati venduti in qualche migliaio
di copie.
Il fatto di cui si parla accadde nella fredda notte del 3 dicembre del 1926,
quando la Christie, lasciata la casa a Sunningdale, nel Berkshire, era sparita.
Alle 11 del mattino seguente, sul tavolo del responsabile della centrale di
polizia del Surrey arriva il rapporto di un singolare incidente stradale verificatosi
a Newlands Corner, appena fuori Guildford. La Morris a due posti della
scrittrice era stata rinvenuta fuori strada lungo una riva erbosa e il suo basco
ritrovato in mezzo a un cespuglio di rovi. Di lei non c'era altra traccia,
ma pareva evidente che non aveva avuto intenzione di allontanarsi troppo, visto
che aveva lasciato incustodita sul sedile la sua bella pelliccia.
A metà pomeriggio gli organi di stampa, informati dell'accaduto, prendono
d'assedio la bella casa dei Christie. In partenza la polizia ipotizza un suicidio.
Il marito però non è d'accordo, facendo notare che nella maggior parte dei
casi la gente si suicida in casa e non sale in macchina, in piena notte, per andarsi
a perdere in un campo deserto. Tuttavia le ricerche continuano e una vasta
zona attorno a Newlands Corner viene ampiamente setacciata. Alcuni
sommozzatori si gettano nelle gelide acque di un profondo lago poco distante,
alla ricerca del cadavere. Ovviamente invano.
Quello che la gente e soprattutto gli investigatori non sanno è che l'apparente
felice vita di Agatha non è poi così invidiabile. Il marito, proprio di recente,
si è innamorato di una donna di dieci anni più giovane di lui - Nancy
Neele - e le ha espresso l'intenzione di chiedere il divorzio. La morte della
madre è stato poi un colpo terribile sotto il profilo psicologico. Da qualche
tempo Agatha mostra segni evidenti di nervosismo: non dorme più serenamente,
mangia in modo irregolare, continua a cambiare posto ai mobili di casa.
È sull'orlo di un collasso nervoso.
Nei tre giorni successivi le indagini non approdano a nulla. Quando, finalmente,
dentro una casupola sperduta in un boschetto nelle vicinanze di New-
lands Corner vengono ritrovati degli abiti femminili e un paio di bottigliette
con l'etichetta “Opium”, i mass media impazzano e si scatenano. Ma si tratta
di un falso allarme. Il contenuto dei flaconi, analizzato in laboratorio, altro
non è che un banale rimedio per il mal di stomaco. A questo punto i sospetti
vertono sulla figura del marito, che avrebbe alquanto da guadagnare dalla
morte di una moglie divenuta scomoda. Il colonnello gode però di un alibi di
ferro: stava trascorrendo il fine settimana nel Surrey. Qualche altro giornalista
si chiede se la scomparsa non abbia a collegarsi con qualche trovata clamorosa.
Per esempio, Ritchie-Calder lancia l'idea che la Christie abbia inscenato
la scomparsa per indirizzare l'attenzione dei media sul marito, portando
alla luce del giorno la sua relazione con la giovane Nancy Neele. Ritchie-Calder
è così convinto da leggersi in un fiato tutti i romanzi della scrittrice
per scovare se una simile trama le fosse già frullata nella mente. Quando
il giornale «Daily News» offre un premio a chi possa offrire notizie utili
al ritrovamento, le segnalazioni fioccano, ma sono tutte false e inutili.
Un ulteriore tocco di mistero viene ad aggiungersi al caso, quando il cognato
di Agatha, Campbell, rivela di aver ricevuto una sua lettera. Il confronto
della data timbrata sulla busta indica le ore 9,45 del giorno dopo la sparizione
e Londra come luogo di partenza, una secca smentita per gli investigatori
che in quel giorno la credevano vagante senza meta nei boschi del Surrey.
Sul «Mail» della domenica successiva esce una lunga intervista col marito,
il quale, fra le altre cose, dichiara: «Mia moglie ha sempre detto che avrebbe
potuto sparire a piacere, senza lasciare tracce. Ricordo che qualche tempo fa
aveva confessato a sua sorella: “Potrei scomparire quando voglio e saprei farlo davvero molto bene...”». Anche sulla scorta di queste dichiarazioni, gli investigatori
continuano a non credere al suicidio né a un'amnesia improvvisa.
Il 14 dicembre, vale a dire ormai dopo 11 giorni dalla scomparsa, il capo cameriere
dell'Hydropathic Hotel di Harrogate, nel North Yorkshire, osservando
con maggiore attenzione una giovane ospite riconosce in lei la donna la
cui immagine sta riempiendo da qualche giorno le prime pagine di tutti i giornali.
Chiama immediatamente la polizia dello Yorkshire e il colonnello Christie
parte all'istante. Giunto ad Harrogate, viene a sapere che la moglie stava
soggiornando all'hotel ormai da una settimana e mezza. Aveva affittato una
bella stanza al primo piano per sette ghinee la settimana e, a quel che pareva,
stava bene e si comportava in modo normale. Cantava, giocava a biliardo,
ballava, leggeva i quotidiani che parlavano della sua scomparsa, parlava in
modo animato con gli altri ospiti dell'hotel e faceva lunghe passeggiate.
Quella sera, come consuetudine da qualche giorno, prima di andare a cena
Agatha era scesa nella hall per dare la solita occhiata ai
giornali che continuavano a occuparsi di lei, quando
inaspettatamente il marito le si era materializzato
davanti. «Ho avuto la netta impressione che la signora abbia guardato
il marito come fosse qualcuno che conosceva, ma non lo sapesse identificare
bene» dichiarò il direttore d'albergo. Mentre Archibald Christie disse:
«Ritengo sia stata vittima di un terribile vuoto di memoria, al punto che quando
mi ha visto quasi non mi riconosceva», un'ipotesi che venne confermata
qualche giorno dopo da un illustre medico. Eppure per Ritchie-Calder la storia
continuava a puzzare di bruciato, anche perché, a suo avviso, poco aveva
a che vedere con le classiche storie di amnesia. Quando era scomparsa,
Agatha indossava una gonna di lana, un cardigan grigio, un cappellino a veletta
e in borsa non aveva che poche sterline. Quando era stata ritrovata vestiva
elegantemente e in borsa aveva più di 300 sterline. Agli altri ospiti dell'hotel
aveva detto di provenire dal Sudafrica.
Le conseguenze del caso furono spiacevoli. Subito venne fuori una richiesta
pubblica - abilmente orchestrata dagli organi di stampa - in cui si chiedeva a
chi addebitare la spesa delle oltre 3000 sterline di pubblico denaro speso per le
ricerche e i contribuenti del Surrey annunciarono che mai avrebbero accettato
alcun aumento delle tasse. L'ultimo romanzo di Agatha, intitolato Poirot e i
quattro, venne praticamente stroncato dalla critica, arrivando tuttavia a vendere
9000 copie, vale a dire oltre il doppio dei gialli precedenti. Sta di fatto comunque
che da questo momento in avanti, guarda caso, tutti i nuovi libri della Christie
incominciarono letteralmente a volare (i fatti sono molto ben presentati in
un lungo saggio di Elizabeth Walter dal titolo Come incrementare la vendita dei
propri libri). A partire dal 1950 tutte le nuove uscite della Christie si attestarono
sulle 50.000 copie, mentre l'ultimo episodio della serie di Miss Marple,
quello intitolato Addio, Miss Marple arrivò sin da subito a oltre 60.000 copie.
A seguito di questi fatti, Agatha Christie divorziò dal colonnello Archibald
Christie (che sposò la Neele) per unirsi nel 1930 al professor Sir Max Mallowan. Per il resto della vita non volle mai più tornare sui giorni della scomparsa
ed era solita concedere interviste a patto che non si entrasse in quel terreno
minato. La sua biografa ufficiale, Janet Morgan, dà per buona l'ipotesi
di un collasso nervoso seguito da un'amnesia. Ma dove ottenne i vestiti e i
soldi per rifugiarsi a Harrogate? Perché si registrò col nome dell'amante del
marito? E, infine, è possibile immaginare un'amnesia così totale che, pur
comportandosi come una normalissima persona, leggendo i giornali che parlavano
della sua sparizione e osservando addirittura le sue fotografie, lei non
fosse neppure in grado di rendersi conto della propria identità?
Ritchie-Calder, che a seguito dei fatti entrò poi in amicizia e confidenza con
la scrittrice, rimase sempre convinto che «la sua scomparsa venne calcolata e
premeditata, come nel più classico dei romanzi gialli». In una trasmissione
televisiva prodotta qualche anno dopo la sua morte, venne ipotizzato che la
messa in scena era nata con l'intenzione di eliminare Nancy Neele, l'amante
del marito. Sul caso non si è mai fatta chiarezza. L'unica cosa certa sta nella
singolare constatazione che da quel momento in avanti la fortuna letteraria
della Christie si è avviata verso vertici di popolarità e tetti di vendite a dir poco
straordinari.
 Postscriptum.
Il misterioso caso della temporanea scomparsa di Agatha Christie è stato alla
fine risolto, dopo la sua morte, il 12 gennaio 1976. Si è allora capito il perché
di tanto mistero e della reticenza della donna, che dalla divulgazione della
verità non avrebbe soltanto tratto imbarazzo, ma anche discapito personale.
Dopo tutto, Ritchie-Calder non aveva sbagliato. Il complotto era stato messo
in atto con l'aiuto della cognata Nan. Il motivo era, molto banalmente,
quello di andare segretamente a spiare il marito, Archibald, nel fine settimana
che si apprestava a trascorrere con l'amante. Ciò che Agatha non aveva assolutamente
tenuto in conto nel suo piano era il grande scalpore che la sua
scomparsa avrebbe suscitato. Il polverone sollevato la spaventò - per quanto,
come detto, fu proprio da qui che le vendite dei suoi libri presero il volo - e
non riuscì mai a trovare il coraggio di confessare che tutto quel can can era
nato semplicemente per cogliere in castagna il marito adultero.
Non c'è dubbio che la radice dei problemi che assillavano la scrittrice va ricercata
negli anni della fanciullezza. Era una ragazza schiva, sensibile e molto
riservata. Da piccola era rimasta sconcertata quando un giorno aveva inavvertitamente
sentito la governante raccontare con un tono di sprezzo a una cameriera
di casa che lei, la piccola Agatha, continuava ancora a giocare con degli
amici immaginari, creati dalla sua fantasia. Da qui, certo, la sua insofferenza
per tutto ciò che in qualche modo andava a turbare la sua intimità più vera.
Agatha Christie era nata il 15 settembre del 1890, in una grande villa bianca,
chiamata Ashfield, alla periferia di Torquay, un bel posto di villeggiatura
sulla costa meridionale del Devon. Il padre, Frederick Miller, era un benestante
americano. La moglie Clarissa gli aveva dato tre figli, Agatha era l'ultima
nata. La sorella più grande, Madge, era considerata la più bella e la più
brava e fu proprio la venerazione del padre nei suoi confronti a scatenare una
tragedia. Per introdurre la figlia prediletta nella società di New York, l'uomo
era arrivato a indebitarsi, al punto da vedere polverizzate tutte le sue sostanze.
Per la prima volta in vita sua era stato costretto a cercarsi un lavoro. Ma
non sapeva fare nulla e così la micidiale combinazione di un forte esaurimento
nervoso abbinato a una grave malattia polmonare lo aveva portato alla
tomba quando Agatha aveva soltanto undici anni.
All'inizio sembrò che Clarissa Miller, la madre, dovesse per forza vendere
la bella casa di Torquay, ma lei, tiratasi su le maniche, si era data da fare e
con una economia rigidissima era riuscita a salvare la villa, con grande soddisfazione
della piccola Agatha. Ma il passaggio dal benessere a una condizione
di quasi povertà fu traumatico per la futura scrittrice, la quale dentro di
sé si ripromise che tutti i quattrini andati in fumo nella sua famiglia li avrebbe
in qualche modo recuperati con un giusto matrimonio.
L'anno successivo alla morte del padre, la sorella Madge era andata in sposa
a James Watts, rampollo dei proprietari di una avviata e antica fabbrica laniera
di Manchetser e Nan, la giovane cognata, era diventata la più sincera amica di
Agatha, quella stessa che le avrebbe tenuto mano nella sparizione simulata.
Fu certamente l'assidua frequentazione del bellissimo maniero gotico vittoriano
della casa natale del cognato, Abney Hall nel Cheshire, a fornire alla futura
scrittrice gli impagabili interni di tanti dei suoi romanzi gialli.
Giovane e bella, con lunghi capelli biondo rossicci e modi raffinati e aristocratici,
appena uscita dall'adolescenza Agatha non era ragazza che passasse
inosservata e presto iniziò una storia d'amore con un giovane coetaneo conosciuto
nell'ambito della compagnia teatrale dilettantistica di Torquay, dove anche
Agatha recitava. Ma le loro strade si erano separate quando lei era andata a
Parigi per finire gli studi superiori, dove, fra le tante attività, aveva anche seguito
corsi di canto e pianoforte. La cognata Nan, intanto, stava anche lei terminando
gli studi a Firenze, città che Agatha visitò più volte. L'anno dell'ingresso
in società, conobbe anche il fascinoso Egitto. Nel 1912, aveva dunque
22 anni ed era nel pieno del suo fulgore. In occasione di una grande festa data
da Lord e Lady Clifford nella loro tenuta nel Devon, Agatha aveva alla fine conosciuto
colui che sarebbe diventato suo marito, il colonnello Archibald Christie.
Era un bell'uomo, alto e prestante. Cadetto della Royal Woolwich Military
Academy, da cui era uscito come sottotenente, all'epoca era di stanza a Exeter.
Per il giovane ufficiale fu un vero colpo di fulmine: cadde ai suoi piedi, come
folgorato. L'avrebbe sposata subito, non fosse stato per le obiezioni della
madre di Agatha che si opponeva vedendo in Archie alcune sfumature di eccessivo
orgoglio, vanità, egoismo e una certa irresponsabilità che non le piacevano.
Tuttavia, otto mesi più tardi, allo scoppio della prima guerra mondiale,
i due non sanno più attendere e si sposano.
Ma Archie deve partire e viene spedito in Francia. Agatha lascia la nuova
casa e va nuovamente a vivere con la madre. Freme e resiste poco nell'inattività.
Decide di offrire anche lei il suo contributo alla patria e si fa crocerossina
all'ospedale di Torquay. Per tenere lontana dalla mente la bruttura della
guerra, nel tempo libero incomincia a scrivere avventure poliziesche.
Intanto, la sorella maggiore Madge si è affermata come scrittrice e alcuni
suoi racconti vengono pubblicati sulla rivista «Vanity Fair» e altre ancora.
Anche Agatha aveva già prodotto molto, ma i suoi scritti erano sempre stati
respinti. Fu a seguito di una scommessa con la sorella che Agatha scrisse il
romanzo che per primo le avrebbe dato notorietà, Poirot a Styles Court, il cui
protagonista era un investigatore belga, ispirato dal fatto che in quel momento
Torquay era piena di rifugiati belgi. Nel racconto l'omicidio viene perpetrato
con l'uso di un veleno: una materia, questa, nella quale la Christie diventerà
col tempo una vera esperta.
Al termine della guerra Archie torna finalmente a casa e la coppia si stabilisce
a Londra, dove lui opera presso il Ministero dell'aeronautica. I quattrini
però scarseggiano, a tal punto che non di rado Agatha è costretta a chiedere
un aiuto concreto a Nan, nel frattempo maritatasi con un ricco borghese,
con la quale riannoda l'antica amicizia. Nel 1919 Agatha diventa mamma di
una bimba cui dà nome Clarissa.
Decisa a migliorare la condizione economica della famiglia, Agatha è convinta
che l'eventuale pubblicazione del suo romanzo potrebbe essere molto
d'aiuto nell'impresa. Il miracolo avviene nel 1920, quando John Lane della
Bodley Head le concede piena fiducia, credendo a tal punto in lei da proporle
un contratto per cinque romanzi. Poirot a Styles Court viene pubblicato
contemporaneamente in Inghilterra e negli Stati Uniti e vende 2000 copie. Ad
Agatha sono riconosciute 25 sterline.
Una miseria, le viene da pensare, e quando si rende conto che, in realtà, l'editore
sta facendo quattrini con i suoi lavori decide di troncare il rapporto nel
più breve tempo possibile.
Archie, il marito, è stato frattanto aggregato alla Imperial and Foreign Corporation
e nel 1929, divenuto consulente economico e finanziario della Fondazione
dell'impero Britannico, parte per un giro del mondo che lo porta in
Sudafrica, Australia e Stati Uniti. Quando torna a casa, si accorge subito che
le cose sono drasticamente cambiate e quello che guadagna con la sua attività
sta passando in secondo piano nell'equilibrio della gestione economica della
casa, perché i successi letterari della moglie hanno acquisito un peso superiore.
Insomma, si sente un po' come un estraneo e questo non gli piace affatto.
Da questo momento il rapporto si incrina in modo decisivo. Naturalmente
le cose non possono che peggiorare ancora quando «The Sketch» inizia
a pubblicare alcuni racconti di Poirot, presentando la Christie come «la
più brillante narratrice di polizieschi dei nostri giorni». E anche se Archie trova
immediatamente un altro ottimo lavoro, si mostra sempre insofferente nel
constatare che comunque le maggiori entrate familiari arrivano dall'attività
della moglie.
Quando i cinque romanzi escono, Agatha batte cassa all'editore e davanti al
suo nicchiare passa al contrattacco, contatta la Collins e ottiene un aggiustamento
di 200 sterline per ogni storia: una cifra notevole per quei tempi.
Le cose si mettono dunque molto bene, solo che quando Agatha rifiuta di
condividere col marito nello stesso fondo di famiglia il danaro che le proviene
dalla sua attività di scrittrice, Archibald non può che risentirsene fortemente.
La nuova passione per il golf, che lo porta sovente lontano da casa,
viene accettata da Agatha con un grosso respiro di sollievo. Però sarà proprio
sul green di un campo di golf che il colonnello conoscerà una dattilografa di
nome Nancy Neele, innamorandosene follemente.
Nel corso di una vacanza in Francia, la scrittrice nota per la prima volta nel
marito un comportamento scostante e irritato. È presto per accorgersi che le
cose stanno precipitando, ma sono già le prime avvisaglie che l'uomo ha il
cuore da un'altra parte. La relazione con Nancy Neele è già iniziata e i due
trascorrono spesso il fine settimana insieme. Agatha non sospetta però neppure
lontanamente che siano amanti.
Fino a questo momento, il nome della Christie è conosciuto soltanto dai cultori
del giallo e i guadagni, pur essendo discreti, non sono ancora tanto importanti.
Nel 1925 la fortunata nuova serie iniziata con L'assassinio di Roger
Ackroyd le fa compiere il tanto sospirato salto di qualità, mentre attorno al libro
i critici si interrogano sull'opportunità letteraria di aver fatto dell'inerme
Watson, il narratore che in prima persona racconta la storia, colui che ha
compiuto il delitto. Insomma, il successo è pieno.
Intanto, i Christie hanno nuovamente cambiato casa e si sono trasferiti in una
più grande non lontano da Sunningdale, nel Berkshire. Una magione che decidono
di chiamare Styles dal nome che compare nel titolo del primo libro di
Agatha. Una scelta poco felice, dal momento che Styles è lo scenario nel quale
si consuma il delitto oggetto del racconto. Senza dimenticare, per di più, che
i tre precedenti proprietari della casa mentre ci vivevano erano tutti stati coinvolti
in brutte storie. Ma in questo momento la scrittrice non ha esitazioni, né
paure, è carica e piena di fiducia nelle sue possibilità. Il matrimonio fila liscio,
tanto da far notare ad Archibald che sarebbe tempo di avere un altro figlio.
Nell'aprile del 1926, quando la madre muore stroncata da un violento attacco
di bronchite, Agatha soffre molto. Il giorno in cui si stava recando a casa
per andare a farle visita era stata assalita da una sorta di premonizione, in cui
si era resa perfettamente conto che la mamma stava morendo proprio in quel
momento e che non avrebbe più fatto in tempo a vederla viva.
Un'intuizione che la sconvolge, ma che si ripete qualche mese dopo quando,
accogliendo il marito di ritorno da un breve viaggio, avverte la netta sensazione
che qualcosa è mutato in modo decisivo. Spinta da un impulso improvviso,
gli chiede con insistenza di rivelarle che cosa sta succedendo, solo per
sentirsi dire, in un misto di ribrezzo e terrore insieme, che tutto è cambiato,
perché lui ha un'amante, Nancy Neele, con la quale si è visto di nascosto negli
ultimi diciotto mesi. La rivelazione stronca Agatha, facendola precipitare in
una violenta forma di depressione. Quando però Archie, più per tranquillizzarla
che per altro, le confessa che non ha ancora le idee chiare e non sta pensando
al divorzio, la scrittrice prova a fargli promettere di sperimentare la loro vita
coniugale insieme almeno per un altro anno ancora, tempo che Archie riduce
drasticamente a tre soli mesi. Proprio in questo periodo Agatha scrive una
storia simile a quella che sta drammaticamente vivendo, solo che l'amante scomoda
si suicida gettandosi da una rupe. Peccato che la giovane e rampante
Nancy Neele non la pensi così e non abbia alcuna intenzione di farsi da parte.
Arriviamo così al 3 dicembre del 1926, al giorno in cui Agatha si allontana
da Styles e scompare, come tutti i lettori di quotidiani e giornali inglesi hanno
ampiamente agio di apprendere.
In verità, proprio quella mattina fra lei e il marito era scoppiato un violentissimo
litigio, perché Archie le aveva comunicato che intendeva trascorrere il fine
settimana a casa di amici e che nel gruppo era compresa anche
Nancy Neele. Appena il marito era partito per Londra, lei gli
aveva scritto una lunga lettera
piena di recriminazioni. Ciò fatto, verso le dieci della sera aveva lasciato
la casa, era salita in macchina, aveva raggiunto Newlands Corner e qui aveva
messo in atto la prima parte del suo piano. Parcheggiata l'auto sul ciglio della
strada, l'aveva spinta lungo il lieve crinale, con tutti i fari accesi, abbandonando
nell'auto la pelliccia, una borsa d'abiti e la patente. Quindi aveva proseguito
a piedi lungo un sentiero e aveva lasciato alcune impronte sul ciglio di
una cava di gesso. Infine aveva raggiunto la stazione di West Clandon e preso
un treno per Londra, dove, raggiunta la casa della cognata Nan, al 78 del Chelsea
Park Gardens, aveva trascorso la notte. Avendo solo qualche giorno prima
resa edotta l'amica a proposito del tradimento del marito, tutto sommato la visita,
per quanto inattesa, non suonava tanto strana.
La mattina dopo aveva spedito la lettera a Campbell, il fratello del marito,
dicendogli che si sarebbe recata in un centro termale nello Yorkshire. La lettera
era stata inviata all'indirizzo dell'ufficio di Woolwich, così che giungesse
a destinazione soltanto il lunedì. In effetti, quando Campbell Christie l'aveva
ricevuta non le aveva dato alcuna importanza; letta velocemente l'aveva
gettata in un angolo e se n'era dimenticato. Questo spiega il perché del
grave ritardo (oltre undici giorni) accusato dal marito e dalla polizia nel rintracciarla.
Senza passare sotto silenzio ciò che già abbiamo ricordato, vale a
dire la dichiarazione di Archie in cui si raccontava della sfida che Agatha era
solita lanciare, quando gli diceva che se solo avesse voluto sarebbe stata in
grado di sparire da un momento all'altro, dichiarazione che aveva indotto gli
inquirenti a pensare a qualche trovata pubblicitaria o a una specie di gioco fra
coniugi.
Così Agatha era scesa all'Hydro Hotel di Harrogate, trascorrendo le sue
giornate fra passeggiate, discussioni con gli altri ospiti e la lettura dei quotidiani,
né più né meno di quanto avrebbe fatto un normalissimo turista proveniente
dall'altra parte del mondo - nella fattispecie Agatha aveva detto di
provenire dal Sudafrica - che intendesse trascorrere in tranquilla serenità
qualche giorno prima di Natale.
In realtà, quando domenica 12 dicembre un gran numero di personaggi pubblici
si era dato convegno per setacciare le colline del Surrey alla ricerca della
scrittrice, almeno due membri della banda musicale che suonava presso
l'hotel l'avevano già riconosciuta, avendola notata sul palchetto delle danze,
e si erano preoccupati di avvertire la polizia. Erano gli stessi sospetti di una
cameriera dell'hotel, una certa Rosie Asher. La ragazza si era soffermata sulla
figura di Agatha perché aveva notato che la sua borsa da viaggio era munita
di una chiusura a cerniera, un sistema che non aveva ancora mai visto e
assolutamente raro per quei tempi. Era stata zitta perché temeva di perdere il
posto se la sua rivelazione fosse stata scambiata per indiscrezione dal direttore
dell'hotel. Il lunedì, alcuni agenti in abiti borghesi si erano mescolati ai
clienti per verificare senza dare nell'occhio se quella donna fosse proprio
Agatha Christie. Giunti alla conclusione che era proprio lei, avevano convocato
il marito. Il martedì un agente era andato a prenderlo in ufficio invitandolo
ad andare con lui fino ad Harrogate per identificare la moglie. Di certo
Archie dovette tirare un bel respiro di sollievo, visto che i sospetti su di lui
come potenziale assassino sarebbero finalmente caduti.
La mattina del giorno dopo, dunque, Archie si era piazzato su una poltrona
della hall dell'albergo e nascosto dietro un giornale aveva aspettato che
Agatha scendesse. L'aveva vista dare una scorsa veloce ai quotidiani che
continuavano a parlare di lei e lanciare un'occhiata ancora più fugace alle fotografie
di prima pagina che la ritraevano. Infine aveva scorto Archie venirle
incontro. Con la freddezza tipica degli anglosassoni, i due si erano salutati e
un attimo dopo stavano comodamente seduti nella sala da pranzo. Qui, forse,
la scrittrice aveva confessato di aver inscenato la scomparsa misteriosa per
spaventare il marito, senza essere stata in grado di valutare in modo preventivo
la portata pubblica di quella sua azione. Archie intanto
scopriva il coinvolgimento della sorella Nan, che aveva
fornito ad Agatha vestiti e soldi.
Spedita la lettera a Campbell - cosa che le garantiva di essere rintracciata
presto e con facilità - dopo aver pranzato con Nan, all'1,40 a King's Cross
era salita su un treno diretto a Harrogate, dove era arrivata sei ore dopo. Ecco,
dunque, come erano andate le cose.
La mattina dopo il clamoroso ritrovamento, per evitare l'assedio dei giornalisti,
la polizia aveva fatto uscire dall'hotel una coppia civetta che, scambiata
per i Christie, depistasse i cronisti nella direzione sbagliata. La sorte volle che
solo il fotografo del «Daily Mail», rimasto indietro, riuscisse a catturare con
qualche immagine i veri coniugi Christie mentre uscivano di soppiatto attorno
alle 9,15. Giunti alla stazione di Harrogate, i Christie erano passati dall'ingresso
secondario, quello delle merci, ma solo per approdare alla banchina di
imbarco letteralmente pullulante di giornalisti e fotografi. Ad attenderli c'erano
anche Madge, la sorella di Agatha, e il marito. Per evitare un facile riconoscimento,
i quattro si erano divisi formando due inedite coppie, fra loro separate,
composte l'una dalle due donne e l'altra dai due uomini. Ma ad un tratto
qualcuno se n'era accorto ed era cominciata la caccia. Le due donne erano state
costrette a rifugiarsi di corsa in un vagone, inseguite dai flash e dalle domande
dei cronisti. Agatha era sul punto di scoppiare a piangere. Arrivati a
Leeds avevano tentato di seminare gli accaniti inseguitori cambiando treno,
ma non era servito neppure questo accorgimento, perché l'avevano lo stesso
fotografata sulla pensilina. Si era allora diretta, altrettanto inutilmente, al treno
per Manchester. Insomma, un vero e proprio supplizio, più che un viaggio.
Per di più, i quotidiani della sera si erano affrettati a uscire con le ultime rivelazioni
sul caso e in alcuni era comparsa una fotografia in cui si vedeva Agatha
sorridere, cosa che aveva confermato l'impressione, già diffusa presso l'opinione
pubblica, che tutta quella bagarre fosse stata appositamente inscenata a
scopi sensazionalistici e pubblicitari.
Anche rifugiarsi a Abney Hall, a Cheadle, non era servito, perché la residenza
era stata assediata da cronisti e corrispondenti di giornali. Alla fine, Archie
si era deciso a concedere un'intervista e lo aveva fatto a un reporter che indossava
la cravatta del college dove anche lui aveva studiato. La spiegazione
ufficiale era che Agatha aveva avuto un'amnesia totale temporanea. Non ci fu
una sola persona che gli credette. Rientrato a casa Styles, Archie aveva trovato
ad attenderlo una bolletta di pagamento di 25 sterline inviatagli dal registro
contabile della contea, a saldo delle spese sostenute per la ricerca della moglie.
Egli rifiutò di pagare; ma questa provocazione segnalava senza ombra di
dubbio che anche le autorità e la polizia si erano ormai convinte che nel caso
Christie si era soltanto sprecato del tempo e del danaro pubblico.
Stanca e afflitta, Agatha aveva lasciato la casa e, accompagnata dal segretario
e dalla figlia, si era rifugiata alle Canarie. Mentre stava all'estero, alcuni
membri del parlamento sollevarono alla Camera la questione, insistendo sullosperpero di quattrini cui la comunità era andata incontro per attivare le ricerche
della scrittrice. Un membro arrivò addirittura a definire il caso una
“beffa atroce”.
In realtà, sebbene la storia della temporanea scomparsa non ebbe poi alcuno
strascico decisivo nella sua vita, quando Agatha fece ritorno in patria si era
accorta che qualcosa era cambiato, constatando che molti di coloro che riteneva
amici davano chiari segni di non desiderare più la sua frequentazione.
Non da ultimo, la sparizione simulata non aveva neppure colto l'obiettivo
per la quale era stata ideata e messa in opera: convincere il marito a restare
con lei. Archibald Christie aborriva la notorietà più ancora di Agatha e il fatto
che in tutta quella vicenda fosse venuta fuori la sua storia d'amore con
Nancy Neele non gli era andato certo a genio. Appena due anni dopo, nell'aprile
del 1928, la coppia si separa e il colonnello sposa la giovane amante,
con la quale vive serenamente fino alla morte di lei avvenuta nell'estate del
1958. Quanto a lui, lascia questo mondo nel dicembre del 1962.
Ma anche Agatha riuscì a trovare un po' di felicità. Nel 1930, nel corso di
una gita archeologica nello straordinario sito di Ur dei Caldei, in Mesopotamia,
dove Léonard Woolley aveva rintracciato le prove che la Bibbia aveva
detto il vero parlando del diluvio, Agatha aveva incontrato il venticinquenne
primo assistente del grande archeologo, Max Mallowan, che affascinato dalla
sua personalità l'aveva corteggiata. Anche se la donna era di 14 anni più
vecchia, fra i due nacque una forte simpatia. I molti interessi comuni fecero
il resto e quando il giovane le chiese di sposarlo la scrittrice accettò. Agatha
volle a tutti i costi che mettessero insieme i loro averi in un fondo comune -
Mallowan non era certo ricco - e li dividessero in modo eguale. Forte della
prima esperienza con Archie, non voleva più lasciarsi invischiare in problemi
come quello. Poi si fece promettere da Max che, mai e poi mai, si sarebbe dedicato
al gioco del golf.
Nel 1947, subito dopo la guerra, Mallowan divenne il titolare della cattedra
di archeologia all'Università di Londra. La sua popolarità presso gli allievi
era a dir poco straordinaria e poiché era nel pieno della sua maturità di uomo,
affascinante e colto, gli fu praticamente impossibile mantenersi fedele.
Agatha era informata sulle sue scappatelle dalla cognata Nan, ma non aveva
più voglia di reagire né di fare altri colpi di testa. E così i due erano più o meno
serenamente vissuti insieme fino alla morte di lei.
Nel 1948 le fortune della Christie toccarono un altro clamoroso picco quando
la celeberrima casa editrice Penguin in un solo giorno pubblicò un milione
di copie dei suoi gialli in edizione economica. Si era ormai affermata come
la più grande scrittrice di libri polizieschi del momento.
Avvicinandosi agli ottant'anni di età la sua salute aveva incominciato a peggiorare
e così il 12 gennaio del 1976, mentre il marito Max la stava portando
a spasso con la carrozzella sulla quale era ormai costretta, era serenamente
spirata senza soffrire.
Nel 1997 la BBC ha dedicato un documentario alla misteriosa scomparsa di
Agatha Christie. Il redattore del testo è Jared Kade, il quale alla fine della
lunga ricerca ha dato alle stampe un volume dal titolo Agatha Christie and
thè Eleven Missing Days, un testo oltremodo interessante a cui siamo debitori
per questo nostro capitolo.
 
CAPITOLO 45.
IL TEMPO "FUORI TEMPO".

Slittamenti temporali e precognizioni.
Un giorno, il defunto I. T. Sanderson, l'eminente naturalista e scienziato,
visse una curiosa esperienza legata a Parigi. Eh sì, perché ad un tratto non si
era più trovato nella Parigi moderna dei nostri giorni, ma in quella di cinque
secoli prima e per rendere ancora più assurda la cosa il tutto gli era capitato
mentre si trovava nell'isola di Haiti.
Prima di descrivere l'accaduto nel libro More Things Sanderson ci tiene a
sottolineare che fino a quel momento non si era mai occupato di occulto, non
tanto perché non lo interessasse o non gli concedesse credito, quanto perché,
sono sue parole: «avendo a disposizione una sola vita... mi sentivo già terribilmente
occupato dalla considerazione e dallo studio dei fatti concreti e
scientificamente analizzabili».
All'epoca, Sanderson e la moglie soggiornavano nel piccolo villaggio di
Pont Beudet ad Haiti, dove, assieme con il fido assistente
Frederick G. Allsop, stavano conducendo un monitoraggio
biologico. Una bella mattina i tre
avevano deciso di salire sulla sgangherata Rolls-Royce per raggiungere le
sponde del lago Azuey. Imboccata una scorciatoia per far prima, si erano ritrovati
a percorrere una mulattiera impossibile e a un certo momento l'auto si
era impantanata in una immensa pozzanghera. Scesi dall'auto, si erano incamminati
a piedi. Avevano proseguito anche per tutta la notte fin quasi allo
stremo delle forze. Poi si erano imbattuti in un medico americano in un giro
di ispezione, che non aveva potuto aiutarli, ma si era ripromesso di andarli a
recuperare nel tragitto di ritorno. E così avevano continuato ad arrancare nella
notte, alla luce della luna piena. Poi:
...all'improvviso, sollevando lo sguardo dal terreno fangoso, mi accorsi di poter distinguere
benissimo alla luce della luna risplendente, scorgendone addirittura le ombre collocate
nelle loro giuste posizioni, delle case a più piani e dalle varie forme, allineate da
ambo le parti lungo il sentiero che stavamo seguendo. Quelle case incombevano sul percorso
e alcune sembravano qua e là inzaccherate da macchie di fango. Le avrei dette costruzioni
risalenti al periodo inglese vittoriano, ma per una ragione che mi sfuggiva completamente
sapevo che si trattava di Parigi! I tetti erano spioventi, su molti si aprivano
degli abbaini, c'erano portici e piccole finestre con pannelli piombati. Qua e là, dietro i
vetri, si scorgevano fioche luci rossastre, come di candela. Appese alle travature di alcune
case c'erano lampioni e lanterne accese che dondolavano come cullate da un vento
che, in realtà, io non avvertivo affatto. Potrei andare avanti ancora a descrivere la scena,
tanto mi si presentava limpida e chiara. Tant'è che dopo sono stato in grado di disegnarla.
Ma non è questo il punto importante.
Mentre procedevo completamente ammaliato, guardandomi attorno meravigliato, mia
moglie, arrivata a un punto morto del sentiero, si era fermata di colpo con un gesto di
esclamazione. Senza accorgermene le ero andato a sbattere addosso. Era rimasta paralizzata
per qualche minuto, indifferente alle mie richieste di chiarimenti. Alla fine, parlando
in modo affannato, mi aveva stretto la mano e con l'altra indicava davanti a noi descrivendomi
esattamente tutto ciò che io stesso stavo vedendo e così era toccato a me cadere
nel silenzio più inquietante.
Dopo qualche istante, riacquistato un po' di sangue freddo, le avevo detto: «Che cosa
pensi stia accadendo?». La sua risposta mi aveva ancor più sorpreso. Ricordo che rispose:
«Ma come diavolo abbiamo fatto a finire nella Parigi di cinque secoli fa?».
Inutile dire la nostra incredulità davanti a ciò che vedevamo. Fermi, osservavamo quelle
scene, additando, spiegando, interrogandoci l'un l'altra, descrivendo dettagli e così
via. Senza rendercene conto, intanto, continuavamo ad andare avanti e indietro e a un
certo momento ci aveva preso la stanchezza. Guardai avanti per cercare Fred, la cui bianca
camicia stava ormai quasi scomparendo alla nostra vista.
Non ricordo esattamente che cosa accadde dopo; so che avevamo cercato di corrergli
incontro, ma a un certo momento, stanchi, ci eravamo seduti su una pietra che credevamo
fosse quella di un marciapiede parigino. Fred ci aveva raggiunto in un attimo, ma
quando aveva chiesto cosa stava succedendo non eravamo stati in grado di rispondergli.
Non sapevamo che dire. Per cercare di riportarci alla realtà, Fred aveva tirato fuori le sigarette
e ce ne aveva accesa una ciascuno. Nel frattempo, la luce della sua lanterna mi
aveva riconsegnato la vista, diciamo così normale, e la Parigi che solo un momento prima
si era spalancata dinanzi a me, ora non esisteva più e aveva lasciato spazio a rovi spinosi,
cactus, polvere e fango. Anche mia moglie si era come ridestata alla luce della
fiamma. Da parte sua Fred disse di non aver visto assolutamente nulla ed era rimasto
sconcertato dal nostro racconto, ma non si era mostrato scettico, anche se, vedendoci così
straniti, ci aveva invitato a starcene seduti in attesa del ritorno del medico.
Quando, finalmente, avevano fatto ritorno a casa, grande era stata la loro sorpresa
nel constatare che la cameriera aveva pronto un piatto caldo per loro e
una tinozza di acqua bollente con la quale aveva molto insistito perché Sanderson
le consentisse di lavargli i piedi. Il capo servitù, intanto, aveva preparato
dei bagni caldi sia per loro che per Allsop. Alle domande dei Sanderson,
i servitori non avevano saputo rispondere: l'unica cosa certa era che “sapevano”
che sarebbero rientrati all'alba. Più tardi, un giovane uomo del villaggio
aveva detto a Sanderson: «Avete veduto delle cose, non è vero? Forse non ci
crederete, ma si possono sempre vedere delle cose se lo si vuole».
Evidentemente, Sanderson e la moglie avevano sperimentato uno slittamento
temporale nel passato. Esempi simili si contano a migliaia e uno dei più noti
resta quello delle due signore inglesi, Eleanor Jourdain e Charlotte Moberly, le
quali nell'agosto del 1901 mentre stavano passeggiando nei giardini della reggia
di Versailles si erano all'improvviso ritrovate proiettate indietro nel tempo,
esattamente nel 1789, appena dopo la caduta di Luigi XVI. Dieci anni dopo, il
libro in cui descrivevano questa singolare esperienza aveva suscitato scalpore
e interesse, dal momento che le due signore - direttrici di un prestigioso collegio
ad Oxford - erano da considerarsi due testimoni assolutamente credibili. Il
professor C. E. M. Joad, parlando a proposito della loro “avventura”, ha usato la
frase «l'ingannevole enigma del tempo», pur restando lungi da lui l'idea anche
solo di provare a spiegare lo slittamento temporale.
Nel mio libro Misteri cito un esempio analogo, raccontatomi in
forma diretta dalla protagonista che lo visse, la signora Jane
O'Neill di Cambridge. Nel
1973 era stata il primo testimone a venirsi a trovare sulla scena di un grave
incidente e si era prodigata ad aiutare i passeggeri feriti di un pullman ad
uscire dalla carcassa del veicolo. Da quel momento aveva incominciato a soffrire
d'insonnia, che il medico curante aveva diagnosticato come reazione allo shock. Un giorno, mentre stava trascorrendo una vacanza con un caro amico,
era stata rapita da una “visione”: improvvise, quanto rapidissime, immagini,
vivide e palpitanti, che le erano comparse davanti all'improvviso per
qualche secondo. Dopo una di queste aveva detto all'amico: «Ti prego di non
ridere, ma ho appena finito di vederti alla gogna». E lui, con tranquillità:
«Non me ne stupisco affatto, Jane. I miei antenati erano ugonotti e venivano
puniti con la pena della gogna pubblica».
Ma l'episodio più straordinario le era capitato quando aveva fatto visita alla
chiesa di Fotheringay. Jane si era soffermata per qualche istante ad osservare
intensamente la tela raffigurante una crocifissione che stava appesa dietro
l'altare maggiore. Una volta rientrata nella camera dell'albergo, aveva
commentato il dipinto con l'amico, il quale aveva subito ribattuto: «Scusa,
ma di che quadro stai parlando?». E la cosa era finita lì. Un anno dopo, quando
avevano nuovamente fatto visita alla chiesa, la pala d'altare era scomparsa
e anche l'intero ambiente interno della chiesa le era sembrato
completamente diverso. Incuriosita, Jane aveva allora
consultato Joan Forman, una
vera esperta di slittamenti temporali. Questa, contattato un antiquario del posto,
era venuta a sapere che l'amica Jane aveva veduto la chiesa così come si
presentava qualche secolo prima, all'incirca attorno al 1553.
Sia i Sanderson che la signora O'Neill sono convinti che ciò che videro era
senz'altro reale e non un'allucinazione, sebbene Sanderson si fosse sentito
alquanto “strano” quando con la moglie aveva cercato di raggiungere l'assistente
Fred. In un'altra delle sue visioni, la O'Neill aveva scorto due persone
camminare lungo la sponda di un lago. «Senza sapere perché, ero assolutamente
certa che una delle due era Margaret Roper», la figlia di Sir Tommaso
Moro. I coniugi Sanderson si erano resi conto di trovarsi nella Parigi del XV
secolo. La cosa rende chiaro il fatto che non poteva trattarsi di una semplice
allucinazione obiettiva, come il miraggio in un deserto, ma che il fenomeno
derivava in qualche modo dall'attività della loro mente. Poi un processo telepatico
aveva reso possibile la fruizione comune dell'esperienza, secondo una
prassi che si instaura sovente fra persone che condividono un'intimità reciproca
come marito e moglie. Tutto questo, ad ogni modo, è ben lungi dallo
spiegare che cosa ci facesse un angolo di Parigi di cinque secoli prima in uno
sperduto tratto dell'isola di Haiti. (L'isola sarebbe poi entrata nell'orbita della
Francia, ma solo nel XVIII secolo, ossia molto dopo il tempo della scena).
Verso la metà del XIX secolo due professori americani proposero una ipotesi
sugli slittamenti temporali. Si chiamavano Joseph Rodes Buchanan e William
Denton. Tramite una nutrita serie di esperimenti condotti con i suoi allievi
(e da me descritti nel libro intitolato The Psychic Detectives) Buchanan
si era convinto che l'essere umano possiede la straordinaria facoltà - che egli
battezzò psicometria - di leggere a ritroso nel tempo la storia degli oggetti
(vedi il Capitolo 38). Denton mise alla prova le sue cavie con ogni tipo di reperto
geologico, scoprendo che i più sensibili erano in grado di ricevere informazioni
importanti e di descrivere delle “scene mentali” direttamente collegate
alla storia dell'oggetto o della cosa in questione (che Denton curava
sempre di avvolgere in un pacchetto di carta spessa, per impedire al percipiente
di intuire di che cosa si trattasse). Un frammento di lava aveva suscitato
la descrizione di una eruzione vulcanica, quello di un meteorite gli spazi
infiniti del cosmo, un pezzo d'osso di dinosauro aveva evocato la visione di
antiche, lussureggianti foreste primordiali. Secondo Denton tutti gli uomini
posseggono la capacità della psicometria, che egli definiva una sorta di «telescopio
puntato sul passato».
Se però eventi come quelli vissuti dai Sanderson o dalla signora O'Neill
sembrano avere molti punti in comune con la psicometria, non c'è però dubbio
che si tratta di fenomeni che paiono spingersi ben oltre una semplice impressione
o visione mentale, anche se questo non vuol dire rinnegarne la natura
psichica. Dopo il trauma dell'incidente, Jane O'Neill incominciò ad avere
visioni dei passeggeri feriti con vivide scene ricorrenti, note come “immagini
eidetiche”. Lo scienziato Nikola Tesla possedeva questa facoltà in un
modo così spiccato da essere in grado di immaginare la realizzazione e il perfetto
funzionamento di una dinamo nella mente. Dopo aver sperimentato a
lungo col Sole, Newton disse di essere arrivato al punto che gli bastava una
minima concentrazione per vivere allucinazioni “solari”. Questa, al pari delle
capacità di calcolo automatico mostrate da alcune persone
(vedi il Capitolo 49), sembra essere una facoltà ampiamente
diffusa nell'uomo, se solo se
ne rendesse conto consapevolmente. Peccato che la gran parte di noi non sa
come fare ad attivarla. Nel caso della O'Neill possiamo ipotizzare che lo spavento
derivato dall'incidente le abbia innescato la facoltà fino a quel momento
sopita, che aveva dato luogo a un fervido lavorio interiore nelle settimane
e nei mesi successivi. Se la visione dell'interno della chiesa così come
appariva qualche secolo prima era una “immagine eidetica” fluttuata dinanzi
ai suoi occhi percettivi, non c'era alcun motivo che Jane la potesse riconoscere
come un'allucinazione, a meno che non avesse provato a toccare la tela
che stava dietro l'altare, dal momento che ci affidiamo sempre e quotidianamente
ai nostri sensi cui riconosciamo piena affidabilità senza metterli in
discussione a ogni piè sospinto. Questo stesso ragionamento può applicarsi al
caso delle due signore inglesi nei giardini di Versailles. Esse videro uomini e
donne vestite come al tempo di Luigi XVI (tanto da immaginare, di primo acchito,
che si trattasse delle comparse in costume di una qualche rappresentazione),
ma naturalmente a nessuna delle due era venuto in mente di provare
a toccarle o di rivolgere loro la parola. (Tra l'altro, essendo straniere, avrebbero
anche dovuto fare un preambolo al loro discorso).
Un altro interessante scivolamento nel tempo viene riportato
da Joan Forman offrendoci un altro spunto di riflessione.
Protagonista del fatto, la signora
Turrell-Clarke, di Wisley-cum-Pyrfod, nel Surrey, la quale mentre una sera
si stava recando in bicicletta alla chiesa del paese per la funzione vespertina
si era improvvisamente accorta che la strada lungo la quale procedeva si
era trasformata in un campo dove le sembrava di camminare. Indossava un
abito da suora e stava osservando un uomo, vestito come un contadino del
XIII secolo che stava facendosi da parte per lasciarla passare. Un mese dopo,
mentre se ne stava seduta nella chiesa, le era comparsa la visione dell'interno
così come doveva essere stato in origine, con il pavimento di terra battuta,
la pietra d'altare, le strette finestre, la schiera di monaci in saio scuro che
intonavano, con voce grave, lo stesso canto che in quel preciso momento stava
cantando il coro nella chiesa “attuale”. Di colpo si era resa poi conto di seguire
ciò che stava accadendo nella parte retrostante della chiesa, con un
cambiamento repentino del punto di vista. Così aveva compreso che stava osservando
quelle scene con gli occhi di un'altra persona: la volta precedente
con quelli di una donna che procedeva lungo una strada, ora con quelli di una
donna che stava in chiesa. Quando la O'Neill aveva visto quella che d'istinto
aveva ritenuto la figlia di Tommaso Moro passeggiare lungo il lago, si era
domandata se per caso potesse esserci una qualche connessione “familiare”,
visto che da sposata il suo cognome era Moore. Ma aveva anche pensato a
uno slittamento legato a una precedente incarnazione. Anche in questo caso,
infatti, sembrava evidente che aveva seguito la scena attraverso gli occhi di
qualcun altro, cosa che ben spiegherebbe la sua certezza di stare proprio osservando
Margaret Roper, una persona precisa, e non un'altra. Lo stesso potremmo
dire dei Sanderson, i quali essendo così convinti di trovarsi senz'altro
a Parigi forse stavano vedendo quelle scene tramite gli occhi di chissà
quale ignoto osservatore.
T. C. Lethbridge, un prelato di Cambridge che trascorse gli ultimi anni della
sua vita dedicandosi allo studio del paranormale, arrivò alla conclusione secondo
la quale in realtà i “fantasmi” altro non sarebbero che l'effetto di una
“registrazione su nastro”: le emozioni forti sono in grado di “imprimersi” all'interno
di una specie di campo magnetico ambientale che registra ogni cosa,
conservando ricordi dei fatti che la sensibilità di un medium o di una persona
particolarmente incline riescono a catturare, come, per esempio, accade
con un buon rabdomante. (La rabdomanzia contempla una spiccata sensibilità
al campo magnetico generato dall'acqua). Lo stesso Lethbridge racconta
della sua sensazione di abbattimento e depressione un giorno in cui, per puro
caso, era venuto a trovarsi in un luogo dove il corpo di un suicida era nascosto
all'interno di un albero cavo. Anche Joan Forman ha espresso la convinzione
che gli slittamenti temporali «debbono per forza avere un qualche misterioso
collegamento col campo magnetico umano». Pure a lei era capitato
un fatto singolare. Mentre si trovava nel cortile di Haddon Hall nel Derbyshire,
aveva osservato un gruppetto di quattro bambini che stavano giocando
su una scalinata ridendo forte. Quando si era avvicinata al primo gradino della
scala, i ragazzi erano svaniti, ma in una delle giovani aveva riconosciuto il
volto di una ragazza ritratta in un antico quadro all'interno del palazzo. Sempre
la Forman menziona l'esperienza di un'insegnante di Norwich, la signora
Anne May, alla quale, mentre si trovava nei pressi di uno dei monoliti della
zona archeologica di Clava Caims, nelle prossimità di Inverness, all'improvviso
era apparso un gruppo di uomini, vestiti con tuniche di pelle d'animale
e grezzi pantaloni allacciati, intenti a erigere un grande blocco di pietra
nel prato. Appena alcuni turisti erano transitati in quella zona le arcaiche figure
erano svanite. Evidentemente la signora May aveva avuto la visione degli
antichi uomini dell'età del bronzo, costruttori dei cerchi megalitici. Secondo
la Forman, era stato il contatto con il megalite a scatenare l'innesco
percettivo che aveva fatto sì che la May osservasse quella antica scena, mentre
per quanto riguardava il suo caso, il fattore catalizzante era stato senza
dubbio il luogo.
Non sono pochi gli studiosi del paranormale che propongono un'altra ipotesi:
il contatto telepatico con la mente di qualcuno vissuto in un lontano passato.
Nel 1907 l'architetto Frederick Bligh Bond venne incaricato dalla Chiesa
di Londra di seguire i lavori archeologici di scavo presso l'abbazia di Glastonbury.
Ciò che non si sapeva era la formidabile passione che Bond aveva
nei confronti dello spiritismo. Assieme con un amico, certo Bartlett, Bond si
dedicava alla scrittura automatica, finalizzata a scoprire da dove partire per
dare il via agli scavi. Interrogata a proposito di Glastonbury, la penna scrivente,
che ambedue gli sperimentatori toccavano, aveva profetato: «Tutta la
conoscenza è eterna ed è a disposizione delle menti pronte a recepirla». Immediatamente
dopo si era presentato lo spirito di un certo monaco Guglielmo
che aveva incominciato a impartire dettagliate istruzioni su come procedere
negli scavi. Come risultato Bond, senza troppa fatica, riportò alla luce due
cappelle delle dimensioni annunciate da Guglielmo. Durante un altro “contatto”,
il monaco Giovanni, fece invece queste osservazioni:
Perché mai dovrei aggrapparmi a ciò che non è? Sono e non sono io, ma una parte di
me sta nel passato e con essa continua a restare legata al mio io carnale, al mio egoismo
a quella che per tanti anni ho chiamato con amore la mia “casa”. Ciò malgrado, io sono
Giovanni, piccolo atomo di molte parti, e le altre molte parti fanno altre cose... perché
solo quella che ora ricordo sta aggrappata alla memoria delle cose che vidi.
Bond cominciò a cadere in disgrazia quando decise di pubblicare un libro in
cui testimoniare come aveva fatto a cogliere così rapidi e numerosi successi
nelle sue esplorazioni archeologiche. In un batter d'occhio la Chiesa d'Inghilterra
gli aveva revocato ogni impegno. Il libro Gate of Remembrance rappresenta
comunque una prova a dir poco stupefacente di come la mente di un
uomo del nostro secolo abbia potuto, non sappiamo ancora adesso come,
mettersi in contatto con quella di uomini vissuti molti anni prima. «Tutta la
conoscenza è eterna ed è a disposizione delle menti pronte a recepirla» è il
commento di Giovanni «...perché solo quella che ora ricordo sta aggrappata
alla memoria delle cose che vidi» sembrano dimostrarlo, dando credito all'ipotesi
secondo cui lo slittamento nel tempo potrebbe spiegarsi con il principio
del contatto telepatico fra la mente di chi riceve e quella di qualcuno vissuto
nel passato.
Molti scrittori e testimoni descrivono lo slittamento temporale come il “superamento
di una soglia”. Quando, pochi mesi dopo l'avventura vissuta con
l'amica signorina Moberly, la Jourdain era tornata da sola a Versailles, immediatamente
aveva avvertito la sensazione di «aver superato un limite e di
essere entrata in una diversa sfera di influenza» e subito dopo aveva visto alcuni
lavoranti del tempo antico vestiti con tuniche dai brillanti colori. Una ragazza
di nome Louisa Hand, ha raccontato alla Forman che quando era bambina,
un giorno era entrata nel cottage della nonna e si era meravigliata di trovarsi
in un luogo arredato soltanto con mobili antichi. Credendo di aver sbagliato
casa, era uscita, ma, accertato di essere nel giusto, era subito rientrata.
L'interno era cambiato, non era più quello di prima. Quando, di nuovo uscita,
era rientrata per la terza volta consecutiva, tutto era tornato come la prima
volta. Anche la Hand parla della sensazione di «aver superato una soglia» e
di una forte impressione di profondo silenzio.
Parrebbe che le ipotesi psicometriche previste da Buchanan e Denton ben si
prestino a offrire una spiegazione per gli slittamenti temporali. Ma, purtroppo,
non è del tutto così, dal momento che questo fenomeno può anche invertire
il senso di marcia e radicarsi in situazioni a venire, nel futuro. Sempre la
Forman ricorda il caso di un insegnante di Holt, nel Norfolk. Un giorno mentre
era intrappolato in un traffico a dir poco caotico, aveva fatto caso che un
certo negozio di lavanderia in costruzione era stato finalmente terminato e
aperto al pubblico. Lo aveva detto subito alla moglie, la quale il giorno appresso
si era recata alla lavanderia con un sacco di roba sporca, ma solo per
constatare che non solo non era aperta, ma che i lavori non erano affatto finiti.
Il marito aveva visto il negozio terminato, così come sarebbe effettivamente
stato da lì a un paio di mesi.
La maggior parte dei casi di “visioni del futuro” citati nel libro La maschera
del tempo ha a che fare coi sogni. L'uscita nel 1927 del libro di J. W. Dunne
Esperimento col tempo con il suo approfondito studio sui sogni precognitivi
suscitò grandissimo interesse. Dunne descrive alcuni casi in cui gli era
personalmente capitato di sognare in anticipo articoli che sarebbero comparsi
sui giornali il giorno dopo. Anche Lethbridge disse di aver vissuto esperienze
analoghe. Quando si svegliava trascriveva i sogni fatti e consultava i
giornali per vedere se annunciavano avvenimenti legati a ciò che aveva veduto
in sogno nella notte. Un esempio. Una volta in sogno gli era comparso
il volto di uno sconosciuto, racchiuso in una specie di cornice, intento a fare
dei movimenti con le mani all'altezza del mento, come se stesse insaponandosi
prima di radersi. Il giorno dopo, mentre era in macchina lungo una strada
di campagna aveva incontrato la faccia dell'uomo che aveva sognato. Stava
dietro il parabrezza - ecco la cornice - di un'auto proveniente dalla direzione
opposta, le mani si muovevano sul volante, che gli arrivava in pratica
all'altezza del mento. La Forman cita un numero infinito di casi simili. In genere
tutti tendono a presentare la stessa, diciamo così, “normale banalità” in
quanto a tematiche e soggetti chiamati in causa, come a sottolineare che lo
slittamento nel futuro è una sorta di accadimento fortuito e accidentale. Un
insegnante, un giorno che se ne stava a letto ammalato e febbricitante, aveva
avuto una singolare allucinazione. Sul soffitto della camera si muovevano
tanti ricci, tutti intenti a costruire un nido con rametti e paglia. Tre mesi dopo,
dovendo impacchettare con cura delle statue di ceramica
realizzate dai
suoi allievi da portare alla cottura, si era riscoperto
intento a farlo nello stesso modo in cui aveva visto i piccoli ricci costruire il loro nido sul soffitto della
sua stanza da letto. Buttando l'occhio in uno scaffale vicino al tavolo su
cui lavorava aveva notato che alcune ceramiche raffiguravano proprio dei
ricci. Subito gli era tornato alla mente il sogno. Aveva allora anche capito come
mai, mentre si era apprestato a impacchettare le ceramiche si era sentito
spinto a operare come avesse dovuto compiere qualcosa «che aveva il carattere
della ineluttabilità».
Michael Shallis, uno scienziato di Oxford, ha pubblicato un libro sulla natura
del tempo, On Time del 1982, in cui ricorda almeno un paio di singolari
esperienze di cui è stato protagonista. Quando aveva dodici anni era entrato
in casa e aveva chiesto alla mamma che cosa c'era per pranzo. Mentre glielo
chiedeva aveva avvertito un fortissimo senso di déjà-vu e nella sua mente si
era formata la risposta che la madre gli avrebbe dato: quel giorno avrebbero
mangiato insalata.
Questo genere di previsione, stando alla Forman, è comune. Fra i tanti casi,
ricorda quello di un signore che le aveva scritto rivelandole la sua straordinaria
capacità di prevedere la destinazione di una palla nel momento in cui il
giocatore di cricket la lanciava. Sovente lo stesso battitore si infuriava, accusandolo
di influenzare il gesto con la complicità della sua mente. Una possibile
spiegazione sta nell'immaginare la presenza di una specie di computer
“inconscio” che, valutate di volta in volta tutte le circostanze del caso - come,
per esempio, la stazza del battitore, l'abilità del lanciatore e quant'altro -
emetteva il suo verdetto finale, riuscendo a “vedere” in anticipo ciò che sarebbe
accaduto. Ma un'altra esperienza ancora citata dal professor Shallis
spalanca le porte a una complessità ulteriore.
Alcuni anni or sono stavo dando lezione a un allievo nella sala superiore della biblioteca.
Ricordo che eravamo arrivati al capitolo sul decadimento radioattivo, quando, d'improvviso,
ero stato assalito dalla sensazione di un déjà-vu. Sapevo che, da lì a un attimo,
mi sarei alzato per andare nel mio studio a prendere un libro di esercizi. Apposta avevo
resistito, sforzandomi di non farlo, ma la sensazione era terribilmente forte. Allora avevo
domandato al mio allievo se già avevamo fatto quella parte e quegli esercizi, per vedere
se anche lui stesse vivendo un momento particolare; ma, dopo avermi guardato con
curiosità, aveva risposto di no prontamente. Intanto, da parte mia, lottavo con tutte le mie
energie per contrastare quell'esperienza. Alla fine ce l'avevo fatta; non mi ero alzato per
andare a prendere il libro. Presa la decisione, mi ero di nuovo rivolto al ragazzo dicendo:
«Sono convinto di averle già mostrato alcuni esempi su questo argomento, tuttavia faccio
lo stesso un salto nel mio studio per prendere un libro di esercizi». Insomma, anche
se la mia coscienza si era opposta alla ripetizione, per filo e per segno, di un'azione che
ritenevo di avere già compiuto una volta, la sostanza delle cose non era alla fine mutata
e il libro ero andato lo stesso a prelevarlo.
C'è qualcosa di inquietante in tutto questo. Quando il professore dice di
aver evitato di ripetere la stessa dinamica dell'azione che già aveva fatto una
volta, tempo prima, per “resistere” al caso che gli imponeva di agire in un dato
modo, ma poi, nella sostanza fa esattamente la stessa cosa della volta precedente,
ossia si alza per andare a prendere il libro di esercizi, non è un po'
come abdicare alla propria libertà? Siamo dunque costretti ad agire in determinati
modi, senza possibilità di scegliere? Shallis scrive:
In questo genere di esperienza c'è sempre un elemento di precognizione, perché la situazione
ci è così familiare che sappiamo sin da subito che cosa accadrà immediatamente
dopo. Tuttavia si tratta di qualcosa di diverso dalla precognizione proprio a causa di
questa stessa familiarità, perché in realtà non facciamo altro che, come dire, ripassare un
frammento della nostra vita già vissuta piuttosto che predire o profetare in senso stretto.
La spiegazione che offre Dunne implica invece il concetto di “serialità” del
tempo. Il concetto di fondo è che esistono diversi tempi. Quando diciamo: «Il
tempo scorre», significa che lo stiamo valutando nei confronti di qualcosa,
che potrebbe essere, per esempio, un altro genere di tempo, per esempio, il
“tempo numero due”. Il quale, a sua volta, potrebbe confrontarsi con qualcos'altro
ancora, vale a dire il “tempo numero tre” e così via all'infinito. Allo
stesso modo, l'uomo comprende più di un io. L'io numero uno è collegato al
tempo numero uno; ma ce ne sono altri non necessariamente legati al corpo
fisico, capaci magari di staccarsi dall'io numero uno che vive nel presente
per proiettarsi nel futuro in un tempo n.
Nel suo bel libro L'uomo e il tempo J. B. Priestley riporta una storia che
sembra corroborare questa ipotesi, illustrando con chiarezza la differenza fra
i diversi io. Una giovane madre sogna che mentre si trova in campeggio intenta
a fare il bucato, lascia il figlioletto in una cesta in riva al fiume per andare
a procurarsi del sapone e quando torna trova il bambino annegato. Qualche
settimana dopo la donna si reca per davvero al campeggio e vive esattamente
la stessa situazione del sogno e, come avvertita dalla precognizione
onirica, dovendo allontanarsi dalla riva del fiume non lascia il figlioletto da
solo ma se lo porta con sé...
Anche qui le implicazioni sono decisive e importanti. Noi, esseri umani, disponiamo
di un certo grado di libertà nell'agire, anche se nel mondo materiale
del “tempo numero uno” non è facile farne uso. Il nostro vero problema
è quello di cercare di sganciarci almeno qualche volta dal piano della futile
ripetitività del mondo fisico, imparando a godere invece di quello mentale,
spendendo la maggior parte del nostro tempo in questa realtà superiore, quello che potremmo dunque chiamare il “tempo numero due”.
Secondo Priestley, William Dunne avrebbe reso le cose complicate oltre il
lecito nell'ipotizzare un numero infinito di io. Al massimo ce ne possono essere
tre, Il primo è, molto semplicemente, quello coinvolto nella vita di ogni
giorno. Potrebbe dire, per esempio: «Mi sento depresso». Il secondo potrebbe
aggiungere: «So che l'io numero uno è depresso». Il terzo, infine, potrebbe
aggiungere: «So che l'io numero due sa che l'io numero uno è depresso.
Ma allora il numero uno è pure un idiota indulgente verso di sé». In definitiva,
l'io numero uno fa esperienza, il due è consapevole dell'esperienza, il tre
esprime un giudizio di merito sull'esperienza. Priestley fa un esempio concreto.
Durante un incidente aereo l'io numero uno viene schiacciato nel suo
sedile; il numero due si rende conto che sta accadendo un incidente; il terzo
dice: «Dunque, ora proverò l'emozione e il brivido di chi si sente sul punto
di perdere la vita». A ben considerare, «non gliene importa più di tanto, perché
quello a cui maggiormente tiene è mettersi in competizione con gli altri
due e averne ragione».
Questa sembra essere una delle osservazioni più stimolanti fra le tante indotte
dalle speculazioni sul mistero del tempo: l'esperienza di avvertire dentro
di noi la presenza di un io più elevato e superiore. Nel suo libro dal titolo
A Drug-Taker's Note, R. H. Ward descrive con ricchezza di particolari una sua
esperienza vissuta sotto anestesia dal dentista:
...dopo aver inalato la prima dose di gas anestetico, sono passato direttamente in uno stato
di consapevolezza che era già di per sé di gran lunga superiore al pur più completo stato
di coscienza della realtà normale, poi sentivo di progredire sempre più distintamente
avanti... raggiungendo stadi via via sempre più raffinati di coscienza del sé. Ma anche se,
per forza di cose, sono costretto ad esprimermi in termini di tempo, sappia il lettore che
nel corso di questa esperienza il tempo non esisteva. In un certo senso, tanto per farmi
intendere, mi sembrò ne fosse trascorso molto di più rispetto a quello compreso fra il primo
momento di inalazione del gas anestetico e tutto ciò che ne era conseguito. Al cospetto
di quella che mi era parsa un'eternità, in realtà erano solo trascorsi pochi istanti. Il
tempo, in definitiva, aveva perduto ogni sua prerogativa.
Queste osservazioni di Ward sottolineano come la vera natura del tempo è
essenzialmente una questione mentale. In breve e in parole povere, si potrebbe
dire che il senso del tempo scaturisce dal contrasto che si genera fra il
mondo fisico e il nostro io superiore e che quando questo contrasto svanisce
si vive una percezione di vuoto temporale, di assenza di tempo. Il contrasto
svanisce nel momento in cui ci si ripiega dentro il proprio mondo interiore,
quell'altra realtà che sta dentro di noi in tutta la sua pienezza. Ward annota
che quando aveva tentato di ricordare l'essenza dell'esperienza vissuta, gli
era nata una voce dentro che gli diceva di continuo: «Dentro e dentro e dentro
e...» come si trattasse di un numero periodico, che si ripete all'infinito.
Un altro caso, sempre menzionato da Ward, è quello capitato ad un suo amico
che chiama A, il quale un giorno mentre stava tornando a casa dalla stazione
si era sentito male a causa di una lieve indigestione. Nella mente gli era
balenato questo pensiero:
Questo appartiene soltanto al mio corpo ed è reale solo sul piano della fisicità, non dell'io.
Non c'è alcuna necessità che anche l'io lo debba avvertire... Non avevo fatto in tempo
a pensarlo che già il male era scomparso; era come se me lo fossi lasciato dietro, da
qualche parte... poi ero stato pervaso dalla convinzione che dentro di me stava ridestandosi
qualcosa... Dapprima la singolare, indescrivibile sensazione nella colonna vertebrale,
come se qualche forza o energia stesse salendo, qualcosa che era al tempo stesso piacevole
ma anche un po' paurosa... il tutto accompagnato da una leggerezza nel corpo che
definire unica è poco... mi sentivo bene, sereno... Ogni cosa era diventata “più”, ogni cosa
si stava elevando su di un piano superiore.
In questa circostanza sembra quasi che l'io numero tre di A abbia deciso di
intervenire in modo attivo, ottenendo come risultato l'allontanamento immediato
del dolore.
Se qualche conclusione ha da trarsi a proposito del singolare comportamento
del tempo potrebbe essere questa: forse ci sbagliamo quando crediamo che
il mondo fisico e la sua manifestazione debba essere il fondamento se non addirittura
l'unica realtà esistente. Le esperienze degli slittamenti del tempo e
di precognizione, infatti, dimostrano che quando la mente
riesce a uscire dalla sua “prigione” le riesce anche di svincolarsi dai legami del tempo, raggiungendo
una condizione che può benissimo definirsi atemporale.
Ma l'aspetto più intrigante di tutto questo è che il tempo, dopo tutto, è qualcosa
di irreale o, per lo meno, ha caratteristiche di realtà assai meno definite
di quanto si creda. Sia la scienza che il buon senso comune concordano nel
dire che il futuro non può in alcun modo essere predetto in quanto si tratta di
tempo che non si è ancora consumato. Ogni causa presente al mondo in questo
preciso istante può innescare effetti molteplici e differenti. Quando si riscalda
un gas tutte le sue molecole incominciano a muoversi più velocemente
e il numero di collisioni fra loro aumenta. A ciascuno scontro, le molecole
cambiano drasticamente direzione e questa nuova disposizione conduce a
un nuovo assetto e a un successivo quadro di collisioni. Per questo è virtualmente
impossibile prestabilire quali molecole andranno a collidere fra loro
nel giro dei successivi dieci minuti, in pratica tutto dipende dal caso. Allo
stesso modo, i circa sei miliardi di persone che abitano la Terra in questo momento
possono interagire fra di loro nei modi più impensabili e imprevedibili,
andando a determinare magari ciò che potrà accadere da qui a una settimana.
Se nel caso delle molecole del gas riscaldato un computer sufficientemente
potente potrebbe, in pratica, risolvere il problema prevedendo il loro
comportamento anche da lì alla settimana seguente, non credo che esisterà
mai un computer capace di fare la stessa cosa per gli abitanti del nostro pianeta.
Questo secondo logica; eppure gli slittamenti indietro e avanti nel tempo
sembrano contraddire tutto questo. Essi infatti indicano che il tempo futuro
già esiste ed è quindi qualcosa di predeterminato, come se si trattasse di qualcosa
che è già accaduto. Questa, in sintesi, è la teoria sostenuta a gran voce
dai materialisti. Il libero arbitrio, la nostra libertà non è che una mera illusione,
perché gli esseri umani obbediscono a leggi meccanicistiche e basta. In
apparenza questo non suona del tutto plausibile, altrimenti la mamma dell'esempio
fatto da Priestley non avrebbe di certo lasciato annegare il suo bambino
per negligenza. Allo stesso modo, a ben ragionare sul concetto di precognizione,
viene logico osservare che comunque il futuro non può essere tutto
determinato, perché conoscerlo vorrebbe dire, inevitabilmente, mutarlo, intervenire
nella sua dinamica alterandolo. L'esempio di Michael Shallis è emblematico:
alla fine si era alzato ed era andato a prelevare il libro di esercizi,
ma in prima battuta, resistendo alla sollecitazione del déjà-vu aveva espresso
la parte di libero arbitrio che gli spettava agendo in un modo diverso da quello che gli suggeriva lo schema del già vissuto. (E forse ce l'avrebbe anche
fatta a non dare seguito al resto se solo si fosse sentito abbastanza convinto e
motivato di poterlo fare, se, per esempio, il déjà-vu gli avesse ricordato una
situazione di pericolo del tipo: non andare a prendere il libro di esercizi nel
tuo studio perché nel tragitto sarai ucciso).
Certo che questo pensiero è sconcertante: la storia, la nostra vita è già quasi
tutta “scritta” nelle sue linee generali. Quello che più conta però è riconoscere
che, in virtù di qualche sforzo di volontà, siamo, almeno in parte, capaci
di contribuire anche noi, col nostro arbitrio, a “scrivere” queste pagine di
vita. Priestley fa sue le parole del professor Gilbert Ryle, il quale nel suo libro
dal titolo The Concept ofMind sostiene che l'uomo è sopra ogni cosa un
corpo vivente, non un corpo controllato da un io o, se si preferisce, da un'anima.
Ryle definisce questa immagine come «il fantasma nella macchina».
Le esperienze del tempo che, potremmo dire scherzando, “va fuori tempo”
sembrano dare ragione a Priestley e contraddire Ryle: infatti pare confermata
l'ipotesi che in ciascuno di noi albergano almeno tre diversi io scevri dal
corpo fisico, col terzo che potrebbe avvicinarsi a ciò che prima Kant e poi
Husserl chiamano «l'ego trascendentale» o, volendo, «quell'io che presiede
alla consapevolezza».
 
CAPITOLO 46.
I DOGON E GLI ANTICHI ASTRONAUTI.

Prove dell'arrivo sulla Terra di esseri alieni?
La teoria che contempla la possibilità che il nostro pianeta sia stato visitato,
se non addirittura colonizzato, da esseri alieni provenienti dallo spazio è entrata
a far parte con prepotenza di quella che potremmo definire una vera e
propria mitologia sin dal 1968, con l'uscita del film culto 2001: Odissea nellospazio, tratto dall'omonimo romanzo di Arthur C. Clarke. In realtà, il concetto
era nell'aria ormai da molto tempo: almeno dal 1947 quando il pilota civile
Kenneth Arnold, intento a sorvolare con il suo aereo privato il territorio
del monte Rainier, nello stato di Washington, aveva potuto osservare nove
oggetti discoidali luminosi che si muovevano alla velocità apparente di circa
1600 km orari. In un attimo, gli avvistamenti di UFO incominciarono a essere
segnalati in ogni angolo del mondo, in un numero così elevato e con rapporti
a volte così dettagliati da escludere l'ipotesi di mera fantasia o fobia allucinatoria.
Nel 1958, in un libro intitolato The Secret Places of thè Lion
un “contattista” di nome George Hunt Williamson avanzò la
teoria che i misteriosi visitatori
erano approdati sulla Terra qualcosa come 18 milioni di anni or sono
dedicandosi al compito di aiutare l'umanità a evolvere. Erano stati loro a costruire
la Grande Piramide d'Egitto. Forse perché ridondante e eccessivamente
ricco di riferimenti e citazioni bibliche, il libro di Williamson non ebbe
alcun successo.
Due anni dopo, nel 1960, in Francia venne pubblicato Il mattino dei maghi
di Louis Pauwels e Jacques Bergier. Il successo fu a dir poco strepitoso e per
molti commentatori si deve proprio a questo libro l'incredibile esplosione per
le tematiche dell'occultismo registrata negli anni Sessanta. (Prima la forma
più evidente di ribellione al sistema si era orientata nella contestazione politica,
fortemente tinta con toni marxisti). Uno dei momenti vincenti dell'opera
era il suggerimento che Hitler si fosse a lungo interessato alla magia nera;
ma si parlava anche dei misteri della Grande Piramide, delle statue dell'isola
di Pasqua, della teoria di Hoerbiger secondo cui la Luna sarebbe stata ricoperta
di ghiaccio (ipotesi presto smentita dal primo atterraggio americano),
della possibilità concreta delle trasformazioni alchemiche. A fianco delle teorie
di grandi scienziati come Einstein e Jung comparivano le immaginazioni
di altrettanto celebri scrittori di fantascienza come Arthur
Machen, H. P. Lovercraft e John Buchanan. Un capitolo era
dedicato alle enigmatiche mappe
geografiche di Piri Reis del XVI secolo (vedi il Capitolo 56), riprodotte nella
copia che un ufficiale della marina turca aveva presentato nel 1959 alla biblioteca
del Congresso americano. In proposito, i due autori chiudevano la
discussione con questa domanda: «Si tratta realmente di copie fedeli di carte
geografiche precedenti? E se sì, furono forse realizzate grazie a osservazioni
dall'alto, eseguite a bordo di una macchina volante di qualche tipo? Siamo,
pertanto, al cospetto di una specie di block notes geografico di visitatori provenienti
dallo spazio?».
Dichiarazioni a dir poco esplosive, che ebbero un grande seguito, considerato
che proprio in quegli anni era scoppiata l'“ufomania”. I libri testimonianza
scritti dai cosiddetti contattisti - come, per esempio, George Adamski
- andavano a ruba. Mentre una buona parte degli avvistamenti poteva ascriversi
a fenomeni di isteria collettiva - o a ciò che Jung aveva definito come
«proiezioni» (come a dire, disillusioni sul piano della religiosità) - molti altri
erano troppo attendibili per essere liquidati con superficialità e leggerezza.
Nel 1967 fu la volta di uno scrittore svizzero di lingua tedesca, Erich von
Dàniken. Un suo libro intitolato Gli extraterrestri torneranno eclissò, per fama
e diffusione, Il mattino dei maghi, arrivando a vendere oltre un milione di
copie. Anche in queste pagine si adombrava l'ipotesi che anticamente visitatori
alieni provenienti dallo spazio fossero approdati sulla Terra mentre l'umanità
ancora viveva nelle caverne. A questi misteriosi esseri si dovrebbero
alcuni fra i monumenti più straordinari della civiltà terrestre come, per esempio,
il complesso delle grandi piramidi egiziane, le statue dell'isola di Pasqua,
i grandi tracciati della piana di Nazca, nel sud del Peni (secondo l'autore
si trattava di vere e proprie piste di atterraggio per i velivoli spaziali) e
le gigantesche piramidi a gradoni del Sud America.
Ma la leggerezza con cui von Daniken trattava questi temi fu anche il segno
del suo discredito. Considerati con attenzione, molti dei problemi da lui presentati
come insolubili, in realtà potevano essere affrontati e spiegati con razionalità
e acume. L'esempio più clamoroso è quello delle statue dell'isola di
Pasqua. Secondo la sua ipotesi, strutture tanto grandi - alcune superano i 6 m
- avrebbero potuto essere scolpite e innalzate solamente con l'aiuto di una
tecnologia sofisticata, di cui, ovviamente, popolazioni tanto primitive non
potevano disporre. Invece, l'esploratore norvegese Thor Heyerdahl ha dimostrato
l'esatto contrario. Non solo è riuscito a convincere i moderni abitatori
dell'isola a scolpire nuove statue, ma anche a drizzarle sfruttando una tecnologia
“primitiva”. Sempre von Daniken sostiene che sull'isola il legname non
è disponibile perché non vi sarebbero mai cresciuti degli alberi. Altra inesattezza,
perché le testimonianze storiche affermano che qualche secolo or sono
anche questo lembo di terra era coperto di vegetazione e che fu lo scriteriato
disboscamento dei nativi a rendere l'isola completamente brulla.
Altri argomenti affrontati dallo scrittore svizzero si sono rivelati dei veri e
propri “talloni d'Achille”. Egli insiste nel sostenere che su una grossa lastra in
pietra - nota ovunque come la “stele di Palenque” - venuta alla luce nel Chiapas,
in Messico, viene raffigurato un antico “astronauta”, chiuso all'interno di
una capsula spaziale in fase di decollo. In realtà, accurati studi archeologici
avevano già ampiamente dimostrato che le leve e gli attrezzi maneggiati dalla
figura scolpita, che per von Daniken sono i comandi del modulo spaziale, sono
simboli dell'antica religione messicana. Anche a proposito delle piramidi
von Daniken si dimostra superficiale e disinformato. Si chiede come monumenti
simili possano essere stati realizzati senza l'uso di funi e
corde e sovrastima il peso globale della Grande Piramide di
almeno cinque volte. Gli egittologi,
al contrario, segnalano più di una immagine in cui si vedono chiaramente
gruppi di operai intenti al lavoro con l'utilizzo di funi e non hanno dubbi
nel confermare che gli ingegneri egizi conoscevano molte più cose ed erano
molto più abili di quanto noi - ma soprattutto von Daniken - possiamo immaginare.
In merito alle linee di Nazca, non occorre rivolgersi a un esperto per
rendersi conto che tracce come quelle, segnate nella sabbia e nella roccia sarebbero
ben presto scomparse se fossero state realmente usate come piste di
atterraggio per astronavi e velivoli spaziali. Il vero scopo delle linee di Nazca
era infatti un altro - il medesimo di tutte le antiche cerimonie di fertilità - vale
a dire uno strumento per controllare il tempo meteorologico.
Purtroppo, anche le fonti letterarie che lo scrittore svizzero cita, lasciano nel
dubbio. Quando si sofferma sulla cosiddetta Epopea di Gilgamesh (detto fra
noi, sbaglia anche a indicarne la data della scoperta) e descrive come il dio
solare Enkidu, lo afferri con i suoi grandi artigli, annota: «...e il suo corpo si
fece greve e pesante come piombo», suggerendo che ciò accadeva perché l'eroe
stava volando a bordo di una navicella spaziale. Ma anche la torre, dimora
della potente dea Ishtar che Gilgamesh visita viene spacciata
da von Daniken per un razzo. Una porta «che parla come una persona vivente» non può
che essere un altoparlante e così via. Eppure è sufficiente consultare il testo
originale deWEpopea - oggi facilmente reperibile anche in edizione economica
- per accorgerci che tutte queste cose in realtà nel testo non vengono affatto
descritte.
Ma il “bubbone” von Daniken scoppiò in modo definitivo e crudo nel 1972
con la pubblicazione di un altro suo best-seller intitolato Gold of thè Gods in
cui afferma di aver visitato un esteso reticolo di gallerie nel cuore dell'Ecuador,
caverne con pareti attrezzate, e di aver frequentato una straordinaria biblioteca
con libri fatti di pagine dorate incise. Quando il compagno di esplorazioni
Juan Moricz rivelò al mondo intero che von Daniken non si era mai
avventurato nelle caverne, il diretto interessato, con tutta tranquillità, confessò
apertamente che, sì, era vero e che nel raccontare aveva lavorato un po' di
fantasia. Però c'era una motivazione: il suo libro non andava inteso come
un'opera di natura scientifica, perché lui l'aveva concepito per una vasta diffusione
popolare e dunque si era potuto concedere quelle che lui stesso chiama
licenze poetiche e narrative. Tuttavia, nella biografia di von Daniken a
firma di Peter Krassa, questa affermazione non viene riportata e, anzi, si puntualizza
che la questione è ancora più che aperta e che sarebbe stato meglio
che l'autore dicesse il vero una volta per tutte. Ottenuto quanto richiesto, lo
stesso Krassa scrive: «Si tratta di un rapporto del tutto impreciso e falso, questa
storia delle caverne sotterranee. Lo stesso dicasi per i tesori d'oro che vi
sarebbero custoditi. È tutto una bugia. Il giudizio è sottoscritto da molti giornalisti
e scienziati».
In effetti, una spedizione archeologica, rintracciate le grotte in questione, le
ha riconosciute come naturali e non artificiali; abitate in alcuni casi dall'uomo
primitivo, ma non ha portato alla luce alcunché di significativo, men che
meno pareti attrezzate o libri con pagine in lamine dorate incise. Nel corso di
una trasmissione televisiva di due ore tutte le sue affermazioni più esplosive
erano state infine completamente smontate.
Ciò detto, esiste comunque una freccia importante nella
faretra di von Daniken e di altri scrittori sostenitori della
così detta ipotesi degli “antichi astronauti”.
Si tratta di una testimonianza a dir poco strabiliante. Alcuni iniziati
della tribù africana dei Dogon, stanziata nella Repubblica del Mali, a circa
300 km di distanza dal centro di Timbuktu, sostengono di possedere conoscenze
loro trasmesse da “esseri spaziali” provenienti dal sistema della stella
Sirio, distante 8,7 anni-luce dalla Terra. Secondo la mitologia Dogon, la stella
del Cane, ovvero Sirio (così detta perché compresa nella costellazione celeste
del Cane), ha un compagno, invisibile a occhio nudo, denso e pesante.
Ebbene, per quanto possa sembrare strano, la cosa risponde al vero. Sirio
possiede una compagna scura che gli astronomi hanno battezzato Sirio B.
La sua esistenza è stata sospettata dagli astronomi sin dalla metà del XIX secolo.
La prima osservazione risale al 1862, anche se la prima vera descrizione
del corpo celeste è di molto dopo, vale a dire degli anni Venti. E possibile
che qualche esploratore bianco verso la metà dell'Ottocento abbia diffuso
nelle selvagge plaghe africane l'informazione che il sistema di Sirio era costituito
da due stelle gemelle? Forse sì, ma si tratta di una eventualità che definire
remota è poco. I primi a rivelare il segreto dei Dogon sono stati due autori
francesi, Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, nelle pagine di un lungo
articolo pubblicato nel 1950, rimasto pressoché sconosciuto. È intitolato Il
sistema della stella Sirio nel folclore sudanese e comparve sulla rivista
«Journal de la Société des Africanistes».
I due antropologi erano andati a vivere presso i Dogon sin dal 1931 e nel
1946 Griaule era stato iniziato ai segreti religiosi della tribù. Gli venne rivelato
che una creatura simile a un pesce di nome Nommo era giunta da Sirio
sulla Terra per civilizzare i Dogon. Sirio B, che nella loro lingua è detta po
tolo (dal nome del seme della pianta che costituisce la parte portante della loro
dieta alimentare, vale a dire la digitaria) è costituita di una materia densa
e pesante come non esiste in Terra, si muove secondo un'orbita ellittica e impiega
cinquant'anni per percorrerla tutta. È stato solo nel 1928 che Sir Arthur
Eddington ha postulato la teoria delle “nane bianche”, quelle stelle i cui atomi
collassano internamente, così che un piccolo frammento di questa materia
pesa alcune tonnellate. (Sirio B è grande come la Terra, ma peserebbe più del
Sole). Griaule e Dieterlen erano arrivati fra i Dogon nel 1931, tre anni dopo
l'intuizione di Eddington; possibile che in questo brevissimo lasso di tempo
qualche altro esploratore bianco abbia diffuso una teoria scientifica così complessa
presso una sperduta tribù africana?
Un altro studioso decise di interessarsi al mistero dei Dogon: Robert Temple,
un giovane appassionato di orientalistica, che a Parigi si
aggregò a Germaine Dieterlen. In breve, Temple arrivò alla
conclusione che era assolutamente impossibile che le
conoscenze astronomiche dei Dogon potessero essere
frutto di una coincidenza oppure di una “diffusione” (ossia il propagarsi
di una informazione per il tramite del contatto con altri popoli). I Dogon,
inoltre, possedevano una straordinaria e dettagliata conoscenza a proposito
del sistema solare. Dicevano che la Luna è “secca e morta” e disegnavano il
pianeta Saturno con tanto di anelli tutto attorno (particolare che, ovviamente,
è percepibile soltanto ricorrendo a un potente telescopio.). Erano consapevoli della rotazione dei pianeti attorno al Sole; sapevano delle lune di Giove
(quelle viste per la prima volta da Galileo con il telescopio da lui inventato).
Nei loro templi erano accuratamente registrati i movimenti celesti di Venere.
Sapevano che la Terra gira e che il numero delle stelle del firmamento è pressoché
infinito. Quando disegnavano l'orbita ellittica di Sirio, indicavano la
posizione della stella non al centro del percorso, ma in posizione lievemente
scentrata, contrariamente a quanto chiunque non esperto in astronomia avrebbe
istintivamente fatto.
Ancora oggi i Dogon insistono nel sostenere che tutto questo deriva loro dal
contatto che gli antenati ebbero col dio Nommo, un essere anfibio proveniente
da una “stella” (forse per indicare un pianeta) la quale, proprio come
Sirio B, ruota attorno a Sirio, e il cui peso è solo pari a un quarto della stessa
Sirio B. Nommo è venerato come divinità. Fra i tanti disegni elaborati dagli
indigeni, ve ne sono alcuni in cui è rappresentata la nave spaziale utilizzata
dagli alieni per volare nello spazio e raggiungere il nostro mondo. Nella mitologia
Dogon viene precisato con esattezza anche il punto dell'atterraggio,
una località sita a nordovest dell'attuale stanziamento della tribù, la scaturigine
geografica da cui si narra siano arrivati i Dogon. Raccontano, inoltre,
che l'arca dentro la quale viaggiava Nommo, quando si era posata sulla terra
aveva sollevato un vortice di sabbia ed era tutta vibrante, mentre dal retro «si
sprigionava una fiamma», immagine che spinge a immaginare un atterraggio
in una capsula spaziale. Mentre tutto questo accadeva, alto nel cielo si scorgeva
un oggetto simile a una stella, probabilmente l'astronave madre.
I nostri osservatori non sono ancora riusciti a scorgere il “pianeta” di origine
di Nommo, ma il fatto è comprensibile. Sirio B è stata scoperta grazie
alle perturbazioni impresse all'orbita di Sirio dalla sua prodigiosa forza gravitazionale.
La stella del Cane è 35,5 volte più brillante (e calda) del nostro
Sole. Per questa ragione qualsiasi pianeta in grado di ospitare la vita dovrebbe
giocoforza trovarsi alla periferia estrema del sistema e quindi risulterebbe
difficilmente rilevabile da un'osservazione telescopica. Secondo
Temple, il pianeta di Nommo deve essere caldo e denso di vapori. Per questo
la vita intelligente si sarebbe sviluppata negli oceani più freschi, da qui
la natura anfibia del dio. Questo popolo di alieni-pesce vivrebbe in parte sulle
coste in prossimità degli oceani. Per la sopravvivenza è necessario che il
loro corpo sia sempre ricoperto da una pellicola di umidità. Quando questa
dovesse venir meno la pelle rinsecchita verrebbe piagata da gravi e irreparabili
ustioni.
Ma, viene più che spontaneo chiedersi: che diavolo ci facevano simili creature
a breve distanza da Timbuktu, nel cuore del deserto africano?
A ben pensarci, infatti, la cosa suona assurda. Temple propone
una soluzione. La parte
a nordovest del Mali confina con l'Egitto, bagnato dal mare, e sarebbe proprio
qui che l'atterraggio di Nommo avrebbe avuto luogo.
Egli sottolinea, inoltre, che anche lo storico babilonese Beroso - contemporaneo
e forse anche conoscente di Aristotele, vissuto attorno al IV secolo a.C.
- racconta una storia analoga di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti.
Secondo questo mito, anche la civiltà babilonese sarebbe sbocciata grazie all'opera
di alieni anfibi, il cui capo si chiamava Oannes, conosciuto presso i
Filistei come Dagon (divinità sacrificale presa in prestito anche dallo scrittore
H. P. Lovercraft per la sua mitologia fantastica). Il
grammatico greco Apollodoro (ca. 140 a.C.) dimostra di aver
attentamente preso atto dell'opera di
Beroso quando non risparmia critiche allo scrittore Abideno, suo connazionale,
accusato di non aver riportato il fatto che Oanness non era che uno dei
tanti “uomini-pesce”, da lui chiamati alieni “Annedoti” (“i distanti”), considerati
dal popolo dei “semi-demoni” usciti dalle acque del mare.
Ma come mai i Dogon prestano una così morbosa attenzione a Sirio, per
quanto si tratti di una delle stelle più luminose? In definitiva non è che una
fra le miriadi di stelle. Questa volta mi pare che gli scettici possano produrre
una risposta convincente. E probabile che i Dogon abbiano ereditato queste
conoscenze dagli Egizi e per questo popolo la stella Sothis (come chiamavano
Sirio) era l'astro più importante del loro firmamento, di sicuro a partire almeno
dal 3200 a.C., quando incominciò a salire in cielo subito dopo il tramonto,
all'inizio del nuovo anno egizio, segnalando da lassù i moti di benefica
esondazione del fiume Nilo.
Fu per questo che la stella del Cane venne identificata come il dio delle acque
crescenti. La dea Sothis corrispondeva a Iside e Temple fa notare come
proprio questa divinità venga raffigurata negli affreschi a bordo di una barca
con a fianco due assistenti. Anukis e Satis. Secondo Temple, questa triade
stava a significare che anche gli antichi Egizi sapevano che il sistema della
stella Sirio era composto da tre corpi celesti, considerando la per ora invisibile
Sirio C come il “pianeta” da cui era arrivato Nommo. Un antico nome
arabo per indicare una delle stelle del sistema siriano (ma non Sirio) è Al
Wazn, parola che significa “peso” e in un testo si legge che essa si leva lentamente
sull'orizzonte proprio perché ha da trascinarsi dietro un grave peso.
Secondo Temple, gli antichi hanno puntato verso la costellazione del Cane
alla caccia di Sirio B, scambiandola poi per Al Wazn. Suggerisce anche che
le celeberrime sirene cantate da Omero - creature metà donne e metà pesce
che tutto conoscevano e i cui canti tentavano di strappare gli uomini dalle
responsabilità della vita quotidiana - erano delle “siriane”, delle divinità
femminili dalla natura anfibia. Sempre Temple annota che la nave Argo,
quella degli Argonauti, era consacrata a Iside e che avanzava spinta da cinquanta
remi, numero corrispondente agli anni necessari alla stella Sirio B
per percorrere l'intera sua orbita eclittica. Il mito greco ricorda molte altre
creature aliene dal corpo per metà umano e per metà pesce, come, per esempio,
i Telchini dell'isola di Rodi, che la leggenda diceva essere nati dal mare
per civilizzare gli uomini nelle varie arti, compresa quella di lavorare i
metalli. Molto significativamente, questi esseri avevano orecchie simili a
quelle dei cani.
Ma, se per davvero gli Egizi sapevano dell'esistenza di Sirio B e di Nommo,
come mai non si è mai trovato alcun riferimento al sistema della stella
del Cane? La risposta è quasi ovvia: Marcel Griaule dovette essere “iniziato”
dai sacerdoti Dogon prima di venire a conoscenza dei loro misteri astronomici.
Ne consegue che se anche quelli egizi erano al corrente di questi fatti,
la loro conoscenza doveva appartenere solo e soltanto a pochi iniziati. Ciò
non impediva, comunque, di lasciare tracce occulte nella mitologia, come,
per esempio, la rappresentazione della barca di Iside accompagnata dalle sue
due assistenti.
Il bel libro di Temple dal titolo Il mistero di Sirio (1976) è pieno zeppo di
questo genere di prove, diciamo così, “mitologiche”, utilizzate da altri autori
per interpretazioni ardite. Ad ogni buon conto, dopo tutto ciò che si è detto,
una cosa resta nella sua eccezionalità. Il fatto che una remota e sperduta tribù
africana possegga conoscenze dettagliate su di un sistema stellare lontano e
per di più invisibile a occhio nudo. Questo fatto straordinario, assai più delle
tante invenzioni di von Daniken, deve aprirci la mente sulla possibilità che
un tempo esseri alieni provenienti da altri mondi abbiano fatto scalo sulla
Terra per far opera di civilizzazione presso l'umanità.
 
CAPITOLO 47.
GLI ZOMBI.

Prove sui morti viventi.
Sin dall'ormai lontano 1932, quando il celebre attore Bela Lugosi interpretò
con la solita maestria il film Lo zombi bianco, il tema è stato uno dei preferiti
del filone hollywoodiano, in piena concorrenza con storie di vampiri e miti
alla Frankenstein, cogliendo una popolarità sempre crescente. Credo che
chiunque abbia visto Il re degli zombi ricordi la suggestione delle scene in cui
si vedono i morti viventi camminare nelle strade in modo meccanico, come
tanti robot, indifferenti alle scariche di pallottole che li investono in pieno
petto.
Stando alla definizione che compare nel libro Voodoo (1959) di
Alfred Metraux, gli zombi sono «quelle persone la cui morte
non solo è stata appurata,
ma che sono state sepolte da tempo... e che improvvisamente ricompaiono,
magari anche dopo anni... in una condizione di vita completamente obnubilata,
come se fossero degli inconsapevoli idioti».
Uno dei primi studiosi occidentali ad occuparsi del fenomeno, osservandone
alcuni strabilianti casi, è stato l'etnografa Zora Neale Hurston, cresciuta in
America alla scuola del prestigioso Franz Boas. Nell'ottobre del 1936 nella
valle haitiana di Artibonite venne trovata una donna completamente nuda che
vagava senza memoria. Si chiamava Felicia Felix-Mentor ed era morta all'età
di ventinove anni e regolarmente seppellita. Zora Hurston era andata a
farle visita in ospedale a Gonaives e la descrive come una persona «dal viso
pallido, gli occhi morti e palpebre bianche come fossero state bruciate dall'acido».
Stando a Zora Hurston, ad Haiti le persone diventavano zombi se tradivano
i segreti delle società segrete magiche. Ovviamente nessuno le credeva, tanto
che lo stesso Metraux, parlando di lei, la definisce «la studiosa Zora Houston
[sic] decisamente un po' troppo superstiziosa». Ciò malgrado, lui stesso
riporta un episodio che ha come protagonisti due personaggi dell'alta società.
In panne, con l'auto che si rifiutava di procedere, uno dei due mentre stava
cercando aiuto si era imbattuto in un nano dalla lunga barba bianca che lo
aveva invitato a casa. Si trattava di un houngan, un prete voodoo. Parlando,
accortosi dello scetticismo che l'uomo mostrava nei confronti di un wanga,
una potente invocazione magica, il nano gli aveva chiesto se per caso conoscesse
un certo M. Celestin, il quale, in effetti, era stato un suo amico. Al suo
cenno di assenso, come se fosse stato richiamato da una forza sovrannaturale,
un essere misterioso aveva fatto irruzione nella stanza. Pieno di terrore,
l'uomo aveva immediatamente riconosciuto M. Celestin, l'amico morto da
oltre sei mesi.
Quando lo zombi gli aveva strappato gli occhiali, l'uomo, benché spaventato,
aveva cercato di riprenderseli, ma il mago glielo aveva impedito, rivelandogli
che non c'era nulla di più nefando e pestifero di dare o prendere un
qualsiasi oggetto dalle mani di uno zombi, un morto vivente. Poi gli aveva
confessato che il povero M. Celestin era stato vittima di una formula magica
di morte scagliatagli contro da un mago, quello stesso che dopo averlo fatto
diventare uno zombi glielo aveva venduto per venti dollari.
Tutte le altre storie riportate da Metraux disegnano un'unica e sola ipotesi in
merito al fenomeno degli zombi: si tratta di persone defunte che si rianimano.
Ciò malgrado, continua a ritenere la questione frutto di mera superstizione
e chiude lì il discorso. Tutto il contrario, dunque, di ciò che sostiene la
Hurston. Ma come vedremo la ragione sta dalla parte dell'audace etnologa e
non da quella dello scettico Metraux.
L'isola di Haiti, nelle Indie orientali, venne scoperta da Cristoforo Colombo
nel 1492, ma era stato solo due secoli dopo che era divenuta famosa come base
strategica delle operazioni di pirati e bucanieri. I coloni francesi, giunti numerosi
sull'isola, presero a coltivare le ricche piantagioni di canna da zucchero,
sfruttando il lavoro degli schiavi negri importanti dall'Africa. Nel
1697 la Spagna, prima colonizzatrice del posto, cedette l'isola alla Francia.
Come tutti sanno, gli schiavi venivano trattati con indicibile crudeltà e puniti
in modi orribili, per esempio appesi agli alberi con chiodi conficcati nelle
orecchie oppure legati e spalmati di melassa, e dati in pasto alle orde di
formiche giganti e di insetti. Un'altra tortura tremenda consisteva nel riempire
l'ano del poveretto con polvere da sparo che veniva innescata con una miccia.
Il corpo esplodeva e la vittima si riduceva a brandelli, in un'operazione
che, sorridendo, i Francesi definivano «lo scoppio dell'asino nero». Piuttosto
di sottostare a simili trattamenti, gli schiavi più coraggiosi scappavano rifugiandosi
nei luoghi più impervi, sulle montagne. Col tempo, alcune zone erano
così diventate off limits per la gente dalla pelle bianca. Attorno al 1740
uno schiavo di nome Macandal, un uomo che aveva perduto un braccio nella
pressa per la fabbricazione dello zucchero, era riuscito a scappare riparando
nei territori rifugio dei neri (i Maroons, come venivano chiamati) che come
lui già si erano dati alla macchia. Qui aveva insegnato l'arte dell'avvelenamento.
L'uso del veleno contro gli oppressori bianchi. In breve, all'ecatombe
del bestiame era seguita quella di molti coloni. La reazione non si era fatta attendere.
Macandal, tradito, era stato catturato, processato e condannato a essere
bruciato vivo (anche se, stando alla leggenda, era riuscito nuovamente a
scappare in virtù dei suoi formidabili poteri magici). Ad ogni buon conto, da
quel momento in avanti la rivolta aveva incominciato a serpeggiare con sempre
maggiore virulenza nelle schiere degli schiavi neri. Finché, nel corso dei
disordini degli anni Novanta, il dominio francese era crollato e, per quanto
poi ristabilito sotto Napoleone, non era mai più riuscito a imporsi come una
volta sull'isola, in specie nelle sue zone più interne. Fino al 1859 si erano così
alternati dei sovrani e dei reggenti neri, con governi instabili, fluttuanti da
un'anarchia pressoché totale a momenti di dispotismo assoluto e cieco, governi
comunque sempre alimentati dal potere occulto delle società magiche
segrete.
Zora Hurston sosteneva, con piena convinzione, che il fenomeno che lei
chiamava “zombificazione” era l'effetto ottenuto dall'uso di una miscela velenosa
che agiva in modo istantaneo. Ma nessuno le aveva mai dato retta.
Finché, in tempi recentissimi, verso il finire degli anni Ottanta, un giovane
antropologo americano, Wade Davies, è giunto alla medesima conclusione,
scoprendo che il fenomeno veniva indotto da certe sostanze velenose tipiche
del pesce palla, un cibo che i giapponesi considerano una leccornia, ma che
evidentemente deve essere cucinato con estrema cautela.
Interpellato da uno psichiatra di New York, il dottor Nathan Kline, Davies
si era trovato di fronte ad almeno due casi di straordinario interesse, che confermavano
appieno come la zombificazione intuita dalla Hurston non era mito
ma realtà. Il primo episodio, risalente al 1962, riguardava un haitiano di
circa cinquant'anni, Clairvius Narcisse, il quale era stato
ricoverato nell'ospedale Albert Schweitzer nella valle di
Artibonite. Soffriva di una febbre altissima,
tanto che dopo due giorni era morto ed era stato seppellito il giorno
seguente. Diciotto anni dopo, un uomo si era presentato presso la casa di Angelina,
la sorella del morto, dicendo di essere proprio lui, Clairvius. Le aveva
detto di essere stato zombizzato per volere del fratello, col quale aveva
violentemente litigato per il possesso di un campo. Prelevato dalla bara, era
stato venduto e costretto a lavorare assieme con altri zombi. Dopo due anni il
padrone era morto e lui era scappato, girovagando nell'isola per altri sedici
anni, ma sempre restando nascosto. Solo quando aveva saputo che il fratello
che lo aveva zombizzato era morto si era deciso a rifarsi vivo.
Verificata e assodata l'autentica identità di Narcisse, la BBC aveva tratto un
lungo filmato dalla storia. Nello stesso anno, un nutrito gruppo di zombi era
stato trovato a vagare nel nord dell'isola, esattamente in quei luoghi dove
Narcisse era stato costretto a lavorare duramente come schiavo per oltre due
anni e da cui era fuggito.
Il secondo caso riguardava una donna trentenne di nome Francina Illeus,
meglio nota col soprannome di “Tifemme”, della quale a seguito di una malattia
era stata riconosciuta la morte. Tre anni dopo, la madre l'aveva ritrovata
in vita e riconosciuta anche per via di una caratteristica cicatrice che aveva
sulla tempia. Aperta la bara, era stata trovata piena di
sassi. Secondo Francina, era stato il marito geloso a
ucciderla con un potente veleno.
Nel 1980 un'altra donna, la sessantenne Natagette Joseph, venne trovata a
vagare senza meta nel suo villaggio natio fra lo stupore di tutti coloro che l'avevano
conosciuta, visto che era ufficialmente morta nel 1964.
Giunto ad Haiti per investigare sul fenomeno, l'attenzione di Davies si era
soprattutto concentrata sulla pianta di Datura stramonium, che gli isolani
chiamano la pianta degli zombi. Il primo incontro lo portò a conoscere Max
Beauvoir, un esperto di magia e folclore voodoo. Poi aveva
intervistato Clairvius Narcisse, che aveva pienamente
confermato tutta la sua storia. Anche lui
era stato vittima della cattiveria di un fratello invidioso.
Questi era una specie di Casanova dell'isola e aveva seminato
figli illegittimi un po' ovunque,
che si guardava bene dal riconoscere e soprattutto dal sostentare. Alla fine
delle sue ricerche Davies era giunto alla conclusione che attuare un rito di
zombificazione non era sempre un atto di malvagità. Certo, le società magiche
segrete non godevano di una buona reputazione, ma a ben osservare a
volte erano meno negative di quanto si immaginasse e non di rado la loro
opera era tesa alla protezione dei più deboli. In alcuni casi, rendere zombi un
uomo era anche una sorta di castigo per la sua vita mal condotta.
Alla fine Davies aveva messo in risalto tre possibili agenti velenosi a cui gli
stregoni voodoo erano soliti rivolgersi. Una sostanza era ricavata da un grosso
rospo, il Bufo marinus, altre due invece derivavano da due diverse varietà
di pesce palla, così chiamato perché in caso di necessità o pericolo, riempiendosi
di acqua e di aria, è in grado di aumentare il proprio volume trasformandosi
in una vera e propria palla di mare. In queste sostanze è contenuta
la tetrodotoxina, un veleno tanto potente che per eliminare un uomo ne
basta una dose minima. Sappiamo dal diario di bordo che il capitano Cook
era stato gravemente intossicato mangiando fegato e uova di un pesce palla.
Per i giapponesi si tratta egualmente di una ghiottoneria. Essi, infatti, mangiano
la carne cruda di questo pesce - il piatto si chiama sashimi - ma non
disdegnano anche il pericoloso fegato, che badano comunque a far bollire a
lungo al fine di eliminarne tutte le tossine velenose.
Tuttavia, Davies intuì che anche altri elementi concorrevano nel processo di
zombificazione di un uomo. Nel suo libro a dir poco straordinario intitolato
The Serpent and thè Rainbow del 1985, racconta in modo avvincente i suoi
tentativi di venire in possesso di una pozione magica completa. Lo scopo era,
ovviamente, trasferire il tutto in un laboratorio di analisi e scoprirne le diverse
componenti. Ma, pur essendo entrato in confidenza con alcuni houngan e
pur avendo attivamente partecipato a numerose, impressionanti cerimonie ritualistiche
- dove, fra l'altro, ebbe modo di assistere a trance e a possessioni
da parte degli spiriti (in un caso avvenute in modo così profondo che la giovane
medium poteva tranquillamente farsi spegnere delle sigarette accese
sulla lingua senza avvertire il minimo dolore) - non era riuscito nell'impresa.
Quando stava per ottenere ciò che desiderava, il suo presunto “fornitore”
era morto all'improvviso e un secondo che gli aveva promesso aiuto era stato
stroncato da un colpo apoplettico. Le conclusioni cui Davies approda sono
comunque chiare: il processo di zombificazione viene ottenuto con una pozione
magica potentissima, ricavata da sostanze velenose in grado di indurre
i sintomi della morte. Subito dopo, il mago somministra al finto morto un antidoto
(Davies ha provato a esaminarne alcuni, arrivando a stabilire che la
forza e la potenza dell'operatore valgono almeno quanto l'efficacia dell'antidoto
in se e per sé) che induce nella vittima uno strano risveglio. Da quel momento
in avanti, lo zombi è costretto a vivere come un automa. Ulteriori somministrazioni
di droghe lo rendono totalmente schiavo del suo “padrone” che
può disporre di lui come meglio desidera.
Nel 1984 nel corso di un programma televisivo della BBC, il presentatore
John Tusa ha confermato che, a quanto pare, il processo di zombificazione
avviene davvero con la somministrazione di un potente veleno i cui effetti si
ripercuotono sul cervello, riducendo lo stato di consapevolezza del soggetto
a una sorta di continuo delirio onirico.
Alla fine della lettura del libro di Davies, una cosa appare certa: il fenomeno
degli zombi, dei morti viventi, di coloro che “fanno ritorno” è indiscutibilmente
reale. Tuttavia, questo non toglie che alcuni fra gli eventi etichettati
come tali non possano essere ascritti a altre tipologie di fenomeni, diversi
dalla magia voodoo che sovrintende, misteriosa, alla inquietante casistica relativa
agli zombi.
 
CAPITOLO 48.
I CORPI DECAPITATI DI CLEVELAND.

Chi era il "macellaio pazzo"?
L'equivalente americano della lunga e macabra serie di assassinii compiuti
dal serial killer inglese a tutti noto come Jack lo squartatore (vedi il Capitolo
29) può considerarsi il caso dei corpi decapitati di Cleveland, anche se sotto
certi aspetti questi delitti hanno persino qualcosa di ancor più terrificante che
non quelli dell'epoca vittoriana.
In un tiepido pomeriggio settembrino del 1935 due ragazzi usciti dalla scuola
sulla via del rientro a casa, stanno lentamente percorrendo una polverosa
stradina a Kingsbury Run, nel cuore della città di Cleveland nell'Ohio. Giunti
ad una discesa erbosa nota come Jackass Hill si sfidano a chi arriva prima
in fondo a quei venti metri di divertente e libera galoppata in discesa. Vince
James Wagner, un sedicenne, che alla fine della corsa si blocca come incuriosito:
gli pare di aver scorto, poco distante fra i cespugli, una macchia bianca.
I due amici si avvicinano e scoprono il corpo nudo di un uomo a cui è stata
staccata la testa.
La polizia subito sopraggiunta trova il cadavere di un bianco di giovane età,
con addosso soltanto un paio di calzini corti. E privo di testa e anche i genitali
gli sono stati strappati. Giace sulla schiena, le gambe distese e le braccia
allineate al busto, quasi fosse stato preparato per il funerale. A meno di dieci
metri ecco saltar fuori un altro cadavere. Questa volta l'uomo è anziano, ma
giace nella stessa postura. Pure lui ha subito il terribile supplizio del killer: è
privo di testa e non ha i genitali.
Alcune ciocche di capelli rinvenute nei pressi portano alla scoperta dei resti
di una testa seppellita nella terra. La seconda non tarda a venir fuori, da una
buca scavata poco distante. Anche i genitali vengono ritrovati nei dintorni,
come fossero stati scagliati via alla rinfusa.
Una curiosità salta immediatamente all'occhio: non ci sono tracce di sangue
né in terra né sui corpi straziati, che sono tutti e due perfettamente lindi. Sembra
che i poveretti siano stati uccisi altrove e poi scaricati in quel pendio, dopo
aver aspettato che smettessero di sanguinare e averli ripuliti con una certa
cura.
Gli esami di laboratorio evidenziano altre singolarità ancora. Il corpo del
vecchio era in fase di avanzata decomposizione e la pelle appariva come scolorita.
I patologi scoprono che tutto questo è dovuto a una sostanza chimica,
forse usata dal killer per cercare di conservare il cadavere. Il più giovane era
stato ucciso tre giorni prima. Dalle impronte digitali la scientifica risale al
nome della vittima. Si tratta del ventottenne Edward Andrassy, non nuovo alla
polizia per essere solito viaggiare armato. Viveva nei pressi di Kingsbury
Run e vantava la reputazione di beone incallito.
Ma la cosa più singolare è scoprire che Andrassy era morto a causa della decapitazione.
I profondi segni che gli solcano i polsi indicano che, pur essendo
legato, aveva lottato con furore e accanimento; ma non era bastato, perché
il killer lo aveva decapitato con un coltello. L'abilità e la chirurgica perfezione
con cui l'operazione era stata condotta, fanno subito pensare a un esperto,
un macellaio, per esempio.
Identificare l'uomo più anziano risulta impresa impossibile. Tuttavia aver
identificato Andrassy fa ben sperare per potere risalire all'assassino. Il giovane
aveva trascorso l'intera notte a giocare d'azzardo e a bere, oltre ad aver
provveduto a una delle sue più redditizie attività, quella di protettore. Ricerche
più approfondite portano a scoprire che era anche omosessuale e aveva
un amante. Insomma, traccia dopo traccia, la polizia entra nell'ordine di idee
di trovarsi di fronte a un caso risolvibile in tempi brevi. Viene fuori che il marito
di una donna con la quale Andrassy aveva avuto una tresca aveva giurato
che l'avrebbe ucciso; ma, alla prova dei fatti, l'uomo riesce a discolparsi.
Poi spuntano molti altri loschi personaggi che avevano mille e un motivo per
sbarazzarsi di Andrassy. Ma non si arriva a niente di concreto e, col trascorrere
del tempo, le investigazioni sfociano sempre in un vicolo cieco, anche
quando il numero delle vittime salirà addirittura a dieci, tanto da far etichettare
il caso dai mass media come quello del “macellaio pazzo di Kingsbury
Run”.
Quattro mesi dopo, in una fredda domenica di gennaio, il continuo, fastidioso
abbaiare di un cane spinge una donna che abita in East Twentieth Street
- a poca distanza da Kingsbury Run - ad andare finalmente a dare un'occhiata.
Giunta sul posto trova il povero cane incatenato, tutto teso a cercare
di raggiungere un cesto appoggiato al muro di una fabbrica. La donna immagina
che dentro ci siano frattaglie, ma quando un vicino che passa da lì si accosta
al cesto inorridisce, scoprendo che in realtà è pieno di pezzi di un braccio
umano. In un altro cesto c'è il torso nudo senza testa di una donna. La testa
non si trova, così come il braccio destro e la parte terminale delle gambe.
Un massacro orribile. Le impronte digitali permettono di risalire all'identità
della vittima, una donna di 41 anni, certa Florence (“Flo”) Polillo, piccola e
grassoccia, ben nota in tutti i bar della zona, per la sua attività di prostituta.
Anche in questo caso, gli indizi e i sospetti sono addirittura ridondanti, eppure,
alla fine, non conducono a niente di concreto. Due settimane dopo il
braccio sinistro e le estremità delle gambe recise vengono rintracciate in un
terreno abbandonato. In quanto alla testa non venne mai ritrovata.
L'assassinio di Florence Polillo suscita una sgradevole questione. Se i primi
due delitti hanno orientato la polizia su indagini nel campo dei sadici omosessuali,
questo corregge decisamente il tiro, inducendo a pensare soltanto
più a un sadico, come, per esempio, a quel Peter Kurtén, il killer di Dusseldorf
giustiziato nel 1931. Egli uccideva uomini, donne e bambini in modo indiscriminato
e non era omosessuale neppure alla lontana. Intanto, agli
investigatori viene in mente che giusto un anno prima sulle
rive del lago Erie era
già stato trovato il torso nudo senza testa di una donna sconosciuta. A questo
punto l'idea degli investigatori cambia: potrebbe trattarsi di uno psicopatico
ossessionato dalla morbosità di sezionare corpi umani, con lo stesso gusto
con cui un monellaccio si diverte a staccare le ali a una mosca.
In città la paura cresce, tuttavia, malgrado i truci delitti, gli abitanti di Cleveland
dalla loro hanno un asso da giocare. Da qualche tempo come responsabile
della sicurezza pubblica c'è Eliot Ness, un commissario dal grande fiuto.
Ness e la sua squadra di “intoccabili” avevano già fatto piazza pulita del
racket del proibizionismo a Chicago, ora nel 1934 era la volta di Cleveland e
delle sue bande di gangster. Con lui al comando delle operazioni l'opinione
pubblica è tranquilla: da lì a poco sarà il misterioso cacciatore di teste di
Kingsbury Run a doversi preoccupare di non essere cacciato.
Ma a Ness non occorre molto per accorgersi che dare la caccia a un maniaco
è cosa ben diversa che affrontare dei banditi professionisti. L'assassino
colpisce a caso e, a meno che non sia così imprudente da lasciarsi dietro la
firma di un'impronta digitale, l'unico modo per pizzicarlo sta nel coglierlo in
flagrante. Ma Ness avverte anche un'altra, brutta sensazione: l'implacabile
“macellaio” sembra rendersi ben conto che ogni sua azione gode del grande
vantaggio di essere sempre impostata con largo anticipo rispetto alle mosse
della polizia.
Prima di colpire ancora aspetta l'estate. Poi, per rinfrescare la memoria agli
inquirenti, fa in modo che trovino la testa mozzata di un uomo di giovane età
avvolta in un paio di pantaloni abbandonati sotto un cavalcavia della solita
Kingsbury Run. Anche questa volta sono due ragazzi a fare la macabra scoperta.
È il 22 giugno del 1936. Il corpo viene ritrovato a qualche centinaio di
metri di distanza e si capisce che il poveretto è stato ammazzato proprio lì. Di
nuovo le analisi legali dimostrano che la morte è stata provocata dalla decapitazione,
anche se non si riesce a comprendere come il killer sia riuscito a
tener ferma la vittima mentre la stava trucidando. L'uomo, un giovane di 24
anni, ha il corpo tutto tatuato. Le sue impronte digitali non risultano registrate
negli archivi della polizia. Passano tre settimane e un escursionista si imbatte,
nel fondo di una forra, in un altro corpo decapitato, ma questa volta la
testa è a pochi passi, L'avanzato stato di decomposizione del corpo indica che
questo assassinio era stato consumato ancora prima dell'ultimo caso venuto
alla luce.
Sempre in quell'anno 1936 la successiva vittima del “macellaio” è un uomo
sulla trentina, trovato lungo la Kingsbury Run. Il corpo è stato segato in due
ed evirato. Un cappello rinvenuto accanto consente di risalire almeno a una
parziale identificazione: una casalinga, infatti, lo riconosce come appartenuto
a un giovane barbone. Nelle vicinanze c'era un rifugio dove un popolo di
sbandati si adattava a trascorrere la notte. Evidentemente, il killer aveva scelto
la sua ultima vittima proprio in quel contesto.
Le indagini si bloccano. Nel frattempo Cleveland si appresta a ospitare una
convenzione repubblicana e, come se non bastasse, una grande Esposizione
internazionale. Il clima è caldo e la polizia stringe
decisamente i tempi, pressata com'è dalle critiche della
stampa. La storia del serial killer fa il giro del
mondo e regimi autoritari come quello nazista tedesco e fascista italiano additano
questo caso come il più clamoroso esempio di decadenza dei costumi,
unico frutto della sfrenata democrazia.
Poi, finalmente, la bagarre si quieta. Passa qualche mese senza novità e i cittadini
di Cleveland incominciano a convincersi che la brutta storia del “macellaio”
è finalmente chiusa. Ma è una mera illusione. Nel febbraio del 1937,
ancora sulle rive del lago Erie, viene ritrovato il corpo orrendamente smembrato
di una giovane donna, che non sarà mai identificata. In seguito salta
fuori un altro cadavere - l'ottavo - che si riesce a identificare grazie alle protesi
dentali. E quello di una certa signora Rose Wallace, uccisa certamente
l'anno prima, dal momento che non ne resta che lo scheletro.
La vittima numero nove è un maschio, completamente massacrato. Quando
le acque del fiume dove era stato gettato lo riconducono a riva solo la testa
manca all'appello. E non verrà mai più ritrovata. Questa volta il killer è andato
pesante con la deturpazione del corpo. La tecnica non può non richiamare
alla mente quella di Jack lo squartatore. Identificare la persona è impossibile.
Qualcuno dice di aver visto qualche giorno prima due uomini in gita
sul fiume che avrebbero potuto essere l'assassino e la sua vittima, ma si
tratta solo di illazioni senza seguito.
Dopo questa ulteriore sfuriata, il maniaco sembra prendersi una tregua di
nove mesi, quando un giorno dal fiume si ripesca la parte inferiore di una
gamba. Le ricerche ripartono febbrili. Dopo tre settimane i sommozzatori tirano
su dal fondo del fiume due valigie piene di membra umane. La polizia
scientifica le identifica come appartenenti al corpo di una donna di non più di
25 anni. Anche questa giovane non sarà mai identificata.
Ma il killer sta per colpire altre due volte. A circa un anno dall'ultima scoperta,
nell'agosto del 1938 in una discarica sulla sponda del lago viene ritrovato
il busto maciullato e senza testa di una donna. Ricerche nei pressi portano
alla scoperta di un altro macabro fagotto. Dentro a una vecchia coperta
vengono ritrovati i resti, assolutamente irriconoscibili, della dodicesima vittima.
L'unica cosa che si riesce a scoprire è la provenienza della coperta, che
era stata acquistata in una bottega di cianfrusaglie usate.
Un elemento poteva dirsi certo: l'assassino sembrava selezionare le sue vittime
in un mondo ben preciso, quello dei diseredati e dei vagabondi senza
tetto. Ness decise allora di mettere in atto l'unico piano che sul momento la
sua immaginazione gli suggeriva. Due giorni dopo l'annuncio dell'ultimo ritrovamento,
aveva fatto rastrellare tutta la bidonville cresciuta attorno
a Kingsbury Run e messo in guardina un bel po' di accattoni.
Coincidenza oppure no, le uccisioni si erano fermate.
Due fra i più attivi e impegnati fra gli investigatori chiamati a risolvere il caso
- i detectives Merylo e Zalewski - dedicarono gran parte delle indagini a
cercare di scoprire quello che loro chiamavano il «laboratorio del macellaio».
Ci fu un momento in cui credettero di avercela fatta. Quando era stato scoperto
il corpo di Edward Andrassy, accanto gli agenti avevano trovato una
negativa nella quale si scorgeva il poveretto disteso su un letto all'interno di
una camera. Pubblicata l'immagine su tutti i quotidiani, con l'invito alla popolazione
di collaborare, alla polizia si era presentato un piccolo lestofante, il
quale aveva riconosciuto la stanza come la camera da letto di un omosessuale
di mezza età che viveva nella casa con due sorelle zitelle. Nel corso delle
investigazioni, erano state riscontrate tracce di sangue sul pavimento della
stanza ed era stato trovato un coltellaccio da cucina nascosto in un baule. Ma
le analisi dimostrarono che il sangue apparteneva al padrone di casa, afflitto
da continue emorragie nasali, e che il coltello non riportava la minima traccia
di sangue umano. Quando poi venne rintracciata una vittima del maniaco
mentre il sospetto omosessuale stava in carcere con l'accusa di sodomia, era
emerso che non avrebbe potuto essere lui il serial killer, il “macellaio” senza
pietà.
Nel corso delle indagini venne fuori che Flo Polillo e Rose Wallace erano
solite frequentare lo stesso malfamato bar dove Andrassy era di casa. Poi si
era scoperta l'esistenza di un certo Frank Dolezal, un ubriacone che andava
in giro con grossi coltelli minacciando di fare a pezzi il prossimo. Quando, in
aggiunta, si era saputo che Dolezal aveva convissuto per qualche tempo con
la Polillo, gli investigatori avevano pensato di aver finalmente imboccato la
pista giusta. Dolezal era stato immediatamente fermato e arrestato. Negli interstizi
delle doghe di legno del pavimento del bagno vennero trovate tracce
di sangue rinsecchito e quando sui coltelli che l'uomo era solito portarsi appresso
venne confermata la presenza di gocce di sangue raggrumate, le prove
per l'incriminazione si erano fatte pressoché schiaccianti. E quando ancora,
dopo un pressante interrogatorio, Dolezal, un uomo trasandato e sporco,
dagli occhi cisposi, aveva confessato l'omicidio della Polillo, la stampa aveva
strombazzato l'evento: il “macellaio” era stato finalmente catturato. Ma
l'approfondimento delle indagini menò un fiero colpo a questo trionfalismo.
Il “sangue” rinvenuto nella camera da letto risultò non essere affatto sangue,
mentre la confessione di Dolezal si rivelò piena di omissioni in merito ai particolari
dell'ipotetico assassinio. Qualche mese dopo, quando nell'agosto del
1939 Frank Dolezal era stato trovato impiccato all'inferriata della sua cella,
l'autopsia rivelò un altro fatto grave: il poveraccio era pieno di ecchimosi e
aveva due costole rotte, segno che le confessioni che rilasciava gli erano state
estorte con la violenza.
Le vittime dell'agosto del 1938 sono le ultime del “macellaio” nella zona di
Cleveland. Infatti nel 1940 a Pittsburgh dentro vecchi garage abbandonati
vengono trovati i resti di tre corpi decapitati. Alcuni componenti della squadra
investigativa di Ness sono subito chiamati a operare, ma anche questa
volta i pochi indizi non consentono di investigare con profitto. E il caso resta
insoluto. Si parla nuovamente di “macellaio pazzo” nel 1947 a proposito della
celebre Dalia Nera in azione nel mondo dorato di Hollywood, quando a
farne le spese è un'attricetta rampante, Elizabeth Short - la settima vittima
del serial killer - che viene trovata orribilmente fatta a pezzi. Ma immaginare
che il “macellaio” abbia potuto andare avanti per così tanto tempo in questo
suo terribile “mestiere” è ipotesi che non regge, considerato che questo
genere di assassini prima o poi crolla e si suicida.
Nel bel libro di Steven Nickel intitolato Torso (1989), emerge evidente che
all'epoca dei fatti le indagini si erano orientate su molti presunti colpevoli,
vale a dire persone capaci di compiere misfatti simili. C'era, per esempio, un
tale denominato “il pollo”, ben noto a tutte le prostitute del terzo distretto
della città, il quale riusciva a raggiungere l'orgasmo solo nel momento in cui
assisteva alla decapitazione di una gallina. Quando si recava al bordello si
portava dietro due galline e un coltellaccio. La donna, completamente nuda,
doveva tagliare il collo alla gallina nel momento in cui l'uomo, che si stava
masturbando, era sul punto di eiaculare. Se le cose non andavano lisce, per
farlo godere la donna doveva allora passargli sul collo la lama insanguinata
del coltello. Arrestato, “il pollo” rivelò essere un camionista, maniaco sessuale,
che confessò di provare grande eccitazione ad avere rapporti con le
galline. Ma quando, accusato di essere il “macellaio”, davanti alle fotografie
dei massacri umani era svenuto, gli investigatori si erano resi conto che non
si trattava della persona che stavano cercando.
Una catena di delitti spaventosa, quella del misterioso “macellaio”. Eppure,
viene da domandarsi, come mai questi eventi non ebbero mai la risonanza di
quelli perpetrati da Jack lo squartatore? Il motivo sta nel fatto che nella metà
degli anni Trenta, Cleveland era una città di gran lunga più violenta della Londra
vittoriana degli anni Ottanta del precedente secolo ed è quindi comprensibile
come la storia del “macellaio” americano abbia sconvolto meno l'opinione
pubblica che non la sadica strage di prostitute perpetrata dallo squartatore.
Dieci anni prima dei fatti di Cleveland, la regione era già stata sconvolta da un
altro massacro. In una discarica nei pressi di New Castle, un centro a non più
di 150 km a sudest di Cleveland, erano stati trovati i corpi decapitati di ben sei
donne. Le vittime non furono mai identificate e la polizia arrivò alla conclusione
che le donne erano state giustiziate nel corso di un regolamento di conti
fra bande di gangster rivali in lotta per il racket della prostituzione. La discarica,
ovviamente, era il luogo ideale per eliminare i corpi.
Uno dei protagonisti di questa incredibile vicenda del “macellaio pazzo”, il
commissario Eliot Ness - morto nel 1957 all'età di 54 anni - trascorse gli ultimi
dieci anni di vita in completa miseria. Nel 1941 per uno scandalo scoppiato
a seguito di un incidente mortale provocato da un pirata della strada, era
stato costretto a rassegnare le dimissioni come responsabile della sicurezza
cittadina. Nel 1947 era stato sonoramente sconfitto alle elezioni a sindaco di
Cleveland e da quel momento la sua vita era cambiata, costringendo a rimediare
qua e là i lavori più umili e improvvisati. «Era uscito di senno», ebbe a
testimoniare un collega che lo conosceva bene. Finché nel 1953, dopo cinque
anni di anonimato e dura povertà, il suo nome era stato coinvolto nel caso di
una cartiera sul filo della bancarotta. Ma era stato proprio tramite un amico
della cartiera che Ness era entrato in contatto con Oscar Fraley, un giornalista,
al quale aveva incominciato a raccontare la sua storia di poliziotto e di
come aveva fatto a sgominare le bande criminali al tempo del proibizionismo.
Fra le tante cose, Ness gli aveva anche confessato che a un certo punto
era riuscito a scoprire l'identità del “macellaio” di Cleveland e che aveva fatto
in modo di allontanarlo dalla città.
Questi erano i fatti. La deduzione suggeriva che il killer fosse un uomo che
poteva disporre in piena libertà di una casa dove poter con agio sezionare i
cadaveri delle sue vittime e di una macchina con la quale trasportare i macabri
carichi. Dunque non poteva trattarsi di un reietto, né di un barbone. La perizia
con cui i corpi venivano mutilati lasciava intendere una qualche conoscenza
medica, forse persino qualcosa di più. Il fatto poi che alcune fra le vittime
avessero una corporatura massiccia, faceva ritenere che anche l'assassino
non doveva essere persona di piccola corporatura, osservazione, fra l'altro,
corroborata da un calco di impronta di scarpa numero 44 attribuibile al
maniaco rintracciata presso il corpo di una delle vittime.
Nel gruppo che lavorava con lui alle indagini, Ness aveva assegnato le investigazioni
più delicate, quelle da condurre nell'alta società cittadina, a tre
agenti fidati: Virginia Allen, Barney Davis e Jim Manski. E proprio da Virginia
- una donna elegante e sofisticata a contatto con gli ambienti più snob di
Cleveland - Ness aveva avuto la segnalazione riguardante un personaggio
che avrebbe potuto benissimo candidarsi come primo fra i sospetti. L'uomo -
che Ness chiamava “Gaylord Sundheim” - era dotato di un fisico notevole,
proveniva da una famiglia benestante e si portava dietro una storia di problemi
psichiatrici alquanto intricata. Aveva seguito studi di medicina. Quando i
tre agenti - definiti gli “intoccabili” - si erano presentati alla porta della sua
villa per interrogarlo, l'uomo, volgendosi verso Virginia, aveva sarcasticamente
sorriso sbattendole la porta in faccia. Allora si era mosso Ness, che lo
aveva invitato a pranzo, in un modo che non contemplava repliche. L'uomo,
pur lamentandosi, era stato costretto ad accettare. Davanti a larvate accuse,
non aveva reagito, né ammettendo né negando di essere il killer. Il passo successivo
era stato quello di sottoporlo alla macchina della verità. Un ago scrivente
aveva registrato le reazioni emotive nascoste nelle risposte di
“Sundheim”, convincendo sempre più Ness che si trattava proprio del maniaco.
Quando, alla fine, il commissario lo aveva decisamente attaccato, incolpandolo
di essere l'artefice della serie di massacri, con estrema naturalezza
e calma aveva semplicemente risposto: «Provatelo».
Dopo breve tempo, l'uomo si era fatto volontariamente rinchiudere in un
manicomio. Così facendo si era reso completamente “inattaccabile”, perché
quand'anche Ness avesse proseguito con le accuse, lui se la sarebbe comunque
cavata invocando l'infermità mentale.
Ness e Fraley decisero di scrivere un libro. Nel 1957 uscì The
Untouchables, un successo strepitoso, dal quale venne anche tratta una serie televisiva.
Ma Ness non fece in tempo a gustarsi questa soddisfazione, perché il 16 maggio
dello stesso anno veniva stroncato da un infarto. Il fortunato libro era stato
pubblicato solo da qualche mese.
 
CAPITOLO 49.
L'ENIGMA DEI GEMELLI IDENTICI.

Una mente sol a per due corpi.
All'età di sei anni Jim Lewis seppe che in giro per il mondo aveva un fratello
gemello identico a lui. La mamma, una ragazza madre, li aveva dati in
adozione subito dopo il parto, nell'agosto del 1939. Jim era stato adottato da
una coppia di nome Lewis a Lima, nell'Ohio; il fratello dalla famiglia Springer
di Dayton, sempre nell'Ohio. Singolarmente, tutti e due erano stati chiamati
Jim dai genitori adottivi.
Nel 1979, all'età di trentanove anni, Jim aveva deciso di mettersi sulle tracce
del fratello gemello. Il tribunale dei minori che si era occupato del caso
aveva collaborato in modo decisivo e così dopo sole sei settimane Jim Lewis
bussava alla porta di casa di Jim Springer a Dayton. Nel momento in cui si
erano stretti la mano si erano sentiti così uniti e vicini che sembrava non fossero
mai stati divisi. E quando presero a raccontarsi le loro vite venne fuori
una serie di coincidenze a dir poco strabilianti. Tanto per incominciare, avevano
gli stessi problemi di salute. Ambedue si mangiavano le unghie con accanimento
e soffrivano di insonnia. Tutti e due per un certo periodo a diciotto
anni avevano incominciato a soffrire di emicrania, fastidio che li aveva lasciati
nello stesso periodo. Ambedue avevano problemi di cuore e di emorroidi.
Avevano lo stesso peso, ma avevano messo su qualche chilo di troppo
nello stesso anno, per poi riuscire a smaltirli nello stesso periodo.
Tutto questo sembra indicare che la programmazione genetica è qualcosa di
assai più preciso e complicato di quanto si immagini. Ma la sommatoria delle
coincidenze andava ben oltre gli aspetti genetici. Tutti e due si erano sposati
con donne di nome Linda, erano separati, e risposati in seconde nozze
con compagne di nome Betty. Avevano chiamato i figli James Allan e avevano
un cane di nome Toy. Ambedue avevano avuto esperienze lavorative come
assistente dello sceriffo, benzinaio e addetto in un locale McDonald. Tutti
e due trascorrevano le vacanze estive sulla stessa spiaggia della Florida; fumavano
la stessa marca di sigarette e avevano attrezzato la cantina per eseguire
lavori di riparazione e costruzione di piccoli mobili...
I due erano affascinati l'uno dall'altro, non soltanto a causa di tutte quelle
incredibili identità, ma anche perché l'affinità si sviluppava pure sul piano
mentale. Quando uno iniziava a dire qualcosa l'altro finiva la frase con le
stesse parole che avrebbe usato il primo.
Il loro ritrovarsi divenne oggetto di grande interesse presso i mass media e
i due fratelli erano comparsi come ospiti d'onore al popolare show di Johnny
Carson. Uno psicologo del Minnesota, di nome Tom Bouchard, venne così
coinvolto dalla loro storia da riuscire a persuadere l'università a stanziare
fondi per una ricerca scientifica sul mistero dei fratelli gemelli. La prima
operazione era stata quella di mettersi alla caccia di coppie di gemelli che il
destino aveva separato in tenera età e che da allora non si erano mai più incontrati.
Nel primo anno di ricerca Bouchard e il suo team riuscirono a scovare
trentaquattro coppie di gemelli. E anche in questi casi vennero fuori le
coincidenze più incredibili, tali da non poter essere in alcun modo spiegate a
livello scientifico. Due gemelle inglesi Margaret Richardson e
Terry Connolly, incontratesi quando ormai erano donne sulla
trentina, si erano sposate nellostesso giorno a un'ora di distanza l'una dall'altra. Altre due, Dorothy Lowe
e Bridget Harrison, avevano tenuto un diario per un solo anno, il 1962, e lo
avevano chiuso nello stesso giorno. Tutte e due da piccole suonavano il piano,
ma avevano smesso nello stesso momento; andavano ambedue pazze per
la bigiotteria.
Al pari di questa, tutte le altre ricerche successive sui gemelli separati hanno
sempre rivelato coincidenze impressionanti. I gemelli identici, come si sa,
sono quelli che nascono dalla scissione dello stesso ovulo. I loro geni sono
pertanto identici, il che significa possedere occhi, orecchie, labbra e persino
impronte digitali perfettamente eguali. Il termine scientifico per indicarli è
monozigoti, o MZ per brevità; mentre quelli nati da due ovuli differenti sono
detti dizigoti, o DZ. L'alto grado di complementarietà e identificazione si riscontra
soprattutto presso il primo gruppo, dove le somiglianze sono a volte
indistinguibili. Per esempio, la citata coppia composta da Dorothy e Bridget
aveva figli maschi che si chiamavano rispettivamente Richard Andrew e Andrew
Richard. Le figlie invece si chiamavano Katherine Louise e Karen Louise,
ma in origine anche Dorothy aveva pensato di battezzare la ragazza
Katherine, ma aveva optato per Karen per fare contenti i genitori. Ambedue
usavano lo stesso profumo, lasciavano la porta della camera da letto socchiusa,
collezionavano giocattoli di pezza e avevano gatti che si chiamavano Tigre.
Il test di intelligenza rivelò valori assolutamente identici.
Barbara Herbert e Daphne Doodship erano le sorelle gemelle di una ragazza
madre di origine finlandese. Alla nascita erano state adottate da due diverse
famiglie. Le due madri adottive erano morte in modo prematuro quando
loro erano ancora piccole. Tutte e due all'età di quindici anni erano cadute
dalle scale e si erano rotte un'anca, avevano incontrato l'uomo che sarebbe
diventato il loro marito a una festa da ballo quando avevano diciassette anni
e si erano sposate a venti. Ambedue avevano avuto degli aborti e per tutte e
due la sequenza naturale dei figli sarebbe stata di due maschi seguiti da una
femmina. Il quadro sanitario era identico. Un soffio al cuore e la tiroide un
po' ingrossata. Tutte e due leggevano la stessa rivista femminile ed amavano
la stessa scrittrice di romanzi rosa. La prima volta in cui si erano ritrovate si
erano presentate all'appuntamento con la stessa tinta dei capelli, un colore
castano chiaro con dei riflessi ramati, erano vestite con un abito color crema,
una giacca di velluto scura e una sottoveste bianca.
Nel 1979 Jeanette Hamilton e Irene Read scoprirono contemporaneamente
di avere una sorella gemella e contemporaneamente si misero alla ricerca l'una
dell'altra. Ritrovatesi, scoprirono che tutte e due soffrivano di claustrofobia
e di timor panico per l'acqua, tanto che quando erano in spiaggia erano
solite sedersi voltando le spalle al mare. Ad ambedue non piaceva la montagna,
soffrivano di un dolore reumatico che pativa il tempo umido nello stesso
punto di una gamba; da giovani avevano guidato gruppi di scout e per un
certo periodo avevano lavorato per la stessa ditta di cosmetici.
Un'altra coppia di gemelli identici, questa Volta di sesso maschile, studiata
da Bouchard era vissuta in ambienti così diversi da non presentare neppure
un punto in comune. Oscar Stohr e Jack Yufe erano nati a Trinidad nel 1933.
Immediatamente i genitori si erano separati e ciascuno se n'era andato per la
propria strada prendendosi un bambino. Oscar era approdato in Germania ed
era diventato un affiliato al movimento neo nazista; mentre Jack era stato allevato
con un'educazione ebreo ortodossa. Si incontrarono per la prima volta
nel 1979 all'aeroporto, per scoprire che ambedue portavano un paio di occhiali
dalle lenti squadrate, una canottiera blu e basette identiche. Una comparazione
più dettagliata evidenziò molte altre coincidenze significative nel
loro modo di vivere. Ambedue erano soliti tirare l'acqua del gabinetto prima
e dopo l'uso, portavano delle fasce elasticizzate ai polsi e amavano pranzare
da soli al ristorante per poter leggere il giornale indisturbati. La cadenza del
loro modo di parlare era identica, anche se uno parlava solo tedesco e l'altro
inglese. Avevano la stessa andatura e lo stesso modo di stare seduti; lo stesso
senso dello humour: per esempio, starnutire apposta con grande fragore mentre
erano in ascensore con altre persone, per ridere sotto i baffi alle diverse
reazioni.
Ovviamente è molto difficile, per non dire impossibile, riuscire a spiegare
queste “coincidenze” senza pensare immediatamente a una qualche forma di
telepatia - che è una sorta di collegamento invisibile fra i due gemelli - capace
di funzionare alla perfezione anche a grande distanza. Non per niente,
Jung a cui dobbiamo l'invenzione del neologismo “sincronicità”
(vedi il Capitolo 54) per significare una “coincidenza
significativa”, accettava volentieri
l'ipotesi telepatica, tanto è vero che nelle sue molte biografie aneddoti
di questo tipo vengono fuori numerosi. Eppure anche la più potente forma di
telepatia non riesce a dare ragione di come due sorelle lontane possano incontrare
il rispettivo marito nello stesso giorno e in circostanze simili oppure
lavorino a chilometri di distanza per la stessa casa di cosmetici. In questi
casi, anche le coincidenze significative sembra debbano lasciare il passo a
qualcosa di ancora più forte, come, per esempio, l'idea di “destino individuale”
o ciò che il professor Joad ebbe una volta a definire come «l'impenetrabile
singolarità del tempo». Ammesso che certe persone abbiano veramente
la capacità di prevedere il futuro, sia in stato di veglia che di sonno,
ciò significa che in qualche modo a noi ignoto tutto è già “programmato”,
come un film che già è stato girato. Se, dunque, la vita di un uomo è qualcosa
di programmato, allora a maggior ragione quella di due fratelli gemelli
identici - specie se monozigoti - potrebbe benissimo seguire tracce di
coincidenze esistenziali...
Molti altri casi analoghi hanno dimostrato l'esistenza certa della telepatia.
Nel 1980 due gemelle identiche si presentarono presso il tribunale di New
York. Il loro comportamento era uno spettacolo straordinario, che non mancò
di suscitare un grande interesse nei mass media. Facevano gli stessi gesti nello stesso istante, portavano la mano alla bocca contemporaneamente e così
via. Le due sorelle Chaplin, Freda e Greta, erano venute a trovarsi in dibattimento
per un motivo davvero strano: una storia che le accomunava con un
certo Ken Iveson, un camionista vicino di casa che avevano perseguitato per
oltre quindici anni. Le due avevano uno strano modo di mostrargli il loro
amore, continuando a ingiuriarlo e a picchiarlo con le borsette. Quando la
faccenda aveva superato ogni limite, l'uomo non ce l'aveva più fatta e si era
rivolto al tribunale per ottenere giustizia.
La pubblicità sollevata dal caso rinfocolò l'attenzione sulle ricerche sui gemelli.
L'ossessione che le due donne mostravano nei confronti del
signor Iveson venne riconosciuta come una erotomania, una condizione nella quale il
paziente si abbandona a sentimenti di melanconia e tristezza a causa di un'affezione
amorosa. Esami clinici rivelarono che le gemelle erano subnormali,
anche se questa deficienza si era manifestata soltanto negli ultimi tempi. A
scuola erano lente, ma non somare, e gli insegnanti le descrivevano come attente,
compite e tranquille. Per il giudice che ebbe a sentenziare tutto questo
era colpa della madre adottiva. «È evidente che la madre non ha mai consentito
loro di vivere come due entità separate e distinte». Si vestivano sempre
allo stesso modo e non avevano amici.
Nei gemelli, soprattutto in quelli monozigoti, è fortissimo l'impulso detto
dell'“immagine speculare”. (Il che significa che se uno è mancino, l'altro è destro;
se uno pettina i capelli verso sinistra, l'altro lo fa verso destra e via dicendo).
Se uno dei due porta un bracciale al polso sinistro, l'altro lo porta al destro.
Ad un certo punto della vita le due gemelle Chaplin avevano deciso di lasciare
la casa dove erano cresciute, senza che né la madre né, tanto meno, loro
stesse, sapessero perché. A trentasette anni erano ancora nubili e senza lavoro.
Vivevano nella stanza di un residence. Preparavano da mangiare insieme,
tenendo tutte e due il manico della pentola, vestite da casa nello stesso
modo. Se, per caso, gli abiti identici che indossavano avevano però bottoni di
diverso colore, li distribuivano in modo tale che anche quel particolare fosse
identico per tutti e due i vestiti. Nel caso di due paia di guanti diversi, li
spaiavano per indossarne alla fine un paio identico; se le saponette che il residence
forniva non erano uguali, le spezzavano in due. Ad un giornalista che
le intervistava dissero che loro due avevano una sola testa, perché erano una
persona sola. Una sapeva dire esattamente che cosa stava passando nella
mente dell'altra. Il loro “comportamento simultaneo” dimostrava l'esistenza
di una forte componente telepatica. A volte litigavano. Dopo essersi colpite
con le identiche borsette, si tenevano il broncio per ore. Ma, al di là di tutto
questo, ciò che emergeva su ogni cosa era il fatto che vivevano escludendo il
mondo esterno, rintanate in un loro universo intimo e privato dove esistevano
solo loro due.
Due gemelle californiane, Grace e Virginia Kennedy, avevano
messo a punto un linguaggio segreto che consentiva loro di
capirsi al volo. Avevano incominciato
a usarlo da piccolissime, sin da quando avevano meno di due anni.
Nel 1977, all'età di sette anni, un logopedista di San Diego si era interessato
al loro linguaggio segreto, scoprendo che in parte consisteva di parole
completamente inventate - come, per esempio, “nunukid” e “pulana” - e in
parte in una mistura di parole in tedesco e inglese storpiate (i genitori provenivano
infatti da questi paesi). Fra loro si chiamavano Poto e Cabenga e
quando parlavano la loro lingua occulta lo facevano con straordinaria fluidità.
Ovviamente la vita le costringeva a parlare l'inglese, ma non fecero mai
a meno dell'idioma di loro invenzione, che rifiutarono sempre di spiegare,
forse anche perché non erano in grado di farlo.
Uno dei casi più singolari in cui sono coinvolti due gemelli identici è quelloriportato sul numero del 22 febbraio 1985 della «New York Review of
Books» dal noto psichiatra Oliver Sachs. Michael e John, conosciuti molto
semplicemente come “i gemelli”, erano cresciuti in istituti governativi sin da
quando avevano sette anni (nel 1947). Erano stati diagnosticati autistici, psicotici
e gravemente ritardati. Tuttavia possedevano un'abilità eccezionale: la
capacità di dire all'istante in quale giorno della settimana cadeva una determinata
data, sia nel passato che nel futuro. Se, per esempio, qualcuno chiedeva
loro che giorno era stato, che so, l'11 giugno del 55 d.C., in un attimo
arrivava la risposta: «mercoledì» e non c'era tema che sbagliassero. Erano,
secondo Sachs, come due oggetti animati esattamente identici, stessa faccia,
stesso comportamento, stessa personalità, stesso cervello malato. Portavano
occhiali così spessi da non lasciare quasi scorgere gli occhi.
Riuscivano a ripetere a memoria, dopo averli ascoltati una sola volta, elenchi
di numeri incredibili, a volte fino a trecento. Non erano però dei “calcolatori
prodigio”, capaci, come a volte capita di trovare, di moltiplicare mentalmente
grandi numeri fra loro o di estrarre la radice quadrata da numeri di
venti cifre. Tuttavia, un giorno davanti a una scatola di fiammiferi improvvisamente
rovesciatasi, ambedue simultaneamente avevano bisbigliato «111»,
numero che, naturalmente, si era rivelato corretto.
Un giorno Sachs li aveva trovati seduti in un angolo, il viso illuminato da un
sorriso di soddisfazione, intenti a trascrivere numeri di sei cifre. Sachs ne
aveva annotati alcuni e una volta a casa, consultato un libro di tavole matematiche,
aveva scoperto trattarsi tutti di numeri primi, vale a dire quei numeri
che non possono essere divisi per nessun altro numero se non per uno e per
se stessi. Ora, la cosa incredibile consiste nel fatto che per poter riconoscere
un numero primo come tale, l'unico modo per farlo e provare a dividerlo per
tutti i numeri inferiori che lo precedono, mettendo in atto un processo matematico
lunghissimo nel caso di numeri a molte cifre. Dunque i due gemelli
riuscivano a riconoscere i numeri primi senza sforzo apparente.
Il giorno dopo Sachs era nuovamente andato a trovarli e si era seduto nella
loro cameretta. All'improvviso aveva interrotto i loro giochi e aveva mostrato
un numero primo formato da otto cifre (ovviamente preso dal testo di matematica
consultato). Dopo un brevissimo istante di attenzione, i due gemelli
avevano sorriso all'unisono, quindi in men che non si dica gli
avevano sciorinato davanti agli occhi un numero di nove cifre.
Sachs allora era passato al
contrattacco con un altro da dieci. Di nuovo, lasciato trascorrere un momento
di esitazione, John gliene aveva proposto uno da venti cifre, che Sachs non
aveva potuto controllare, dal momento che il suo testo arrivava solo fino a
numeri primi composti da dieci cifre, ma era sicuro che non si sbagliavano.
Un'ora dopo erano ancora intenti a scoprire numeri primi da venti cifre.
Che cosa era successo nella testa dei gemelli nei brevissimi istanti in cui
erano rimasti perplessi quando Sachs aveva mostrato loro il numero primo di
otto cifre? L'unica cosa che si può immaginare è che si siano sforzati di vedere,
vale a dire di osservarlo sotto qualche forma, diciamo così simmetrica,
al fine di verificare se avesse le proprietà del numero primo. Alcune persone
dicono di visualizzare i numeri in modi singolari. Il 9 o il 16, per esempio,
lo vedono come una serie di punti disposti nel primo caso a tre per tre su tre
linee parallele e nel secondo a quattro per quattro su quattro linee. Forse i gemelli
riuscivano a compiere questa operazione istantanea su vasta scala.
Questo ci offre un importante spunto di riflessione. Sappiamo che i due emisferi
del nostro cervello presiedono a funzioni differenti. Il sinistro può essere
definito scientifico, il destro artistico. Il primo concerne la logica e il linguaggio,
il secondo l'intuizione e l'interiorità. Il sinistro vede il mondo con
un occhio ristretto, una visione che potremmo definire “del verme”; il destro
allargato, nel tipo di visione che possiamo definire “dell'uccello”. Nella nostra
attuale civiltà è la visione del sinistro a prevalere. È qui che risiede il mio
senso di identità, così che quando uso la parola “io”, so per certo che a parlare
è il lobo sinistro (vedi il capitolo dedicato alla sincronicità). Nella maggior
parte degli uomini le potenzialità del lobo destro - come, per esempio,
la capacità di distinguere le forme - è limitata, soverchiata da quella del lobo
sinistro. Nel caso dei gemelli in questione è invece chiaro il contrario: l'attività
della parte sinistra è limitata, mentre le potenzialità della destra si sono
sviluppate in ragione di centinaia di volte rispetto al resto di noi.
Una delle lezioni che sicuramente lo studio dei gemelli identici ci impartisce
sta nel riconoscere che la continua, instancabile attività del lobo sinistro
tipica della nostra civiltà, ha quasi totalmente bloccato la manifestazione dei
poteri, chiamiamoli “naturali” della parte destra e la capacità di osservare il
mondo con l'occhio di “un uccello”, ossia con un telescopio invece che col
microscopio, come siamo soliti fare. E casi eccezionali come quello ricordato
dei gemelli Jim - in cui le stesse cose accadute a uno sono accadute anche
all'altro, pur non essendosi mai incontrati e pur trovandosi a chilometri di distanza
- sembrano ricordarci l'esistenza di leggi e codici preposti a sovrintendere
agli accadimenti della vita di cui né scienziati né filosofi hanno anche
solo lontanamente immaginato o previsto l'esistenza.
...
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...
FINE Parte 7.